L’AQUILA – Tremano i piani alti dei palazzi della Regione Abruzzo: la procura della Repubblica dell’Aquila, infatti, ha aperto un’inchiesta giudiziaria sulla controversa vicenda della Retribuzione individuale di anzianità (Ria), l’indennità per i dipendenti regionali su cui è da anni in corso un’aspra battaglia giudiziaria e legislativa.
A indagare il pubblico ministero Fabio Picuti, che ha già incaricato il nucleo di polizia Tributaria della Guardia di finanza, coordinato dal tenente colonnello Sergio Aloia, di acquisire atti e documenti utili ad accertare, come si legge nella richiesta inoltrata agli uffici regionali, “i dati identificativi dei dipendenti regionali che hanno beneficato dell’indennità, distinti per categoria”, alla “ricostruzione dei contenziosi attivati dai dipendenti che hanno beneficiato dell’indennità e di chi non ne ha beneficiato”.
E ancora “gli estremi delle sentenze dei diversi gradi di giudizio intervenute e delle relative impugnazioni da parte dell’ente regione”. Documentazione che, da quanto appreso, è stata già consegnata agli inquirenti.
Si apre, così, un altro clamoroso capitolo di una vicenda che si trascina da anni, che ha creato polemiche politiche e diffuso veleni dentro gli uffici della Regione.
Un’odissea nata con una legge del 2007, passata agli annali come legge “Babbo Natale”, che ha aumentato al massimo l’extra mensile per l’anzianità in busta paga per dipendenti e dirigenti, anche fino a 1.200 euro al mese. Legge poi cancellata nel luglio 2014 da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha salvato i contribuenti abruzzesi da un esborso quantificato potenzialmente in 100 milioni di euro.
Ma un imprecisato numero di dirigenti e dipendenti, nel frattempo, aveva fatto ricorso ai giudici del lavoro contro la Regione per ottenere subito le spettanze che gli uffici ritardavano a mettere in busta paga. E chi aveva intanto ottenuto una sentenza definitiva a suo favore, prima della pronuncia della Consulta, è potuto passare all’incasso della Ria, anche quella arretrata, fino al 2007.
C’è poi chi, nonostante il verdetto dei giudici delle leggi, è riuscito ad arrivare a sentenza definitiva, perché la Regione, con i suoi legali, non ha impugnato quelle sentenze, ribaltadone l’esito a favore dell’ente.
In questo caso, secondo gli esperti sarà molto difficile, se non impossibile, ottenere la restituzione delle somme, in quanto vale il principio giuridico del “rapporto esaurito”, ovvero del “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”.
Un altro consistente numero di dipendenti e dirigenti, invece, non è riuscito ad arrivare a sentenza definitiva, ma solo a una di primo grado favorevole, immediatamente esecutiva. E dovrà ora restituire le somme già incassate, superiori in molti casi ai 100 mila euro. In un incontro tra il sindacato della Funzione pubblica Cgil, Uil e Cisl, e il sindacato dei dirigenti Direr, si è stabilito di consentire un piano di rateizzazione, grazie a un disciplinare da far adottare dalla Giunta regionale.
La Uil funzione pubblica, la più agguerrita sulla vicenda Ria, che ha anch’essa l’intenzione di presentare un esposto alla procura della Repubblica e di inoltrare una segnalazione alla Corte dei Conti, ha più volte chiesto chiarezza su eventuali responsabilità all’interno della Regione, per errori e omissioni che hanno portato a liquidare centinaia di migliaia di euro di Ria. Per esempio, le mancate opposizioni alle sentenze sfavorevoli alla regione, dopo quella della Corte Costituzionale, che avrebbe consentito di ribaltarne l’esito.
La Uil ha poi invano richiesto, con tanto di diffide e con richiesta ufficializzata in una seduta della commissione di Vigilanza nel maggio 2016, numeri precisi sugli importi finora erogati, sul numero e la qualifica dei beneficiari. E sulla copertura economica, mediante riconoscimento del debito fuori bilancio.
Tutto lascia pensare che l’inchiesta della procura aquilana intenda fare chiarezza proprio su questi aspetti poco chiari e controversi dell’operato della Regione.
Nella richiesta di acquisizione degli atti delle Fiamme Gialle si fa riferimento alla necessità di “effettuare una compita ricognizione delle liquidazioni effettuate da questo ente, con riguardo sia a quelle già liquidate, che a quelle eventualmente recuperate in virtù dell’intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale”.
E ancora, si chiede agli uffici competenti “di fornire copia dei provvedimenti amministrativi (determinazioni), mediane i quali l’ente regionale ha autorizzato le citate liquidazioni a favore dei beneficiari e degli eventuali ulteriori provvedimenti mediante i quali lo stesso ente ha proceduto a revocare gli adeguamenti economici in questione, e/o a richiederne la restituzione, a seguito della citata pronuncia della Corte costituzionale”.
E questa volta tutte le carte dovranno uscire, volenti o nolenti, dai cassetti e dagli scaffali di palazzo Silone e palazzo dell’Emiciclo.





