L’AQUILA – “I dipendenti regionali non sono pacchi postali!”. Questa la rabbiosa replica dei sindacati dei dipendenti pubblici, in particolare del segretario regionale Uil Fpl Giuseppe De Angelis, all’articolo di AbruzzoWeb che ha anticipato le intenzioni del presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, di spostare i lavoratori con poche mansioni da svolgere dai palazzi della Regione ai tanti uffici comunali con carenza cronica di personale.
“Vogliamo rendere disponibili quelle risorse umane che risultano in surplus – aveva spiegato D’Alfonso – Vogliamo che queste unità regionali arrivino nei Comuni che presentano carenza di personale e che sono costretti a portare avanti l’attività amministrativa tra mille difficoltà”. A parità di stipendio, e tenendo conto dei tempi di vita e di spostamento dei dipendenti.
Un’idea accolta con grande favore da tanti sindaci, tanto che Luciano Lapenna, il neo presidente abruzzese dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, ha subito osservato che “sarebbe un aiuto prezioso e a costo zero per tanti enti locali che con il blocco delle assunzioni vivono una situazione drammatica di carenza di personale”.
L’idea, però, al sindacato, che ha raccolto i tanti malumori che serpeggiano negli uffici regionali, non piace affatto.
Il timore è che “siano trasferiti dipendenti, dall’oggi al domani, quasi fossero pacchi postali, senza alcuna programmazione, ponendoli in condizioni disagiate sia in termini professionali che familiari e arrecando un forte danno al patrimonio umano e non solo della stessa Regione Abruzzo”.
Insomma, secondo la Uil Funzione pubblica, proporre la mobilità da un ufficio all’altro “in assenza di una vera e completa rideterminazione della dotazione organica” e con “maldestra improvvisazione”, equivale a “sfogarsi sull’ultimo anello della catena, cioè, il comparto dei pubblici dipendenti, da parte delle amministrazioni che si stanno succedendo, che dimostrano la loro incapacità nello sciogliere i veri nodi che si frappongono al raggiungimento di una buona gestione del personale della Giunta regionale”.
Una posizione diametralmente opposta a quella della maggioranza, per cui la buona gestione del personale, ovvero dei 1.600 dipendenti, che costano ogni anno 120 milioni di euro, passa proprio per la delocalizzazione di parte di essi mediante convenzioni con i Comuni, come reso possibile, così almeno assicura D’Alfonso, dalla più recente normativa sul pubblico impiego.
Ma già par di capire che il sindacato è pronto a dare battaglia proprio sulla praticabilità giuridica della mobilità dei dipendenti.
Si osserva infatti che “la legge impone, per la gestione del personale, provvedimenti amministrativi propedeutici a qualsiasi azione gestionale, come il trasferimento da un ufficio ad un altro, e uno di questi è il programma triennale dei fabbisogni, la ricognizione del personale e solo in presenza di tali atti è consentito parlare di esuberi e/o carenze di personale”.
E se proprio si vuole fare qualcosa, “allora meglio cominciare da una ulteriore riduzione del numero dei direttori e dirigenti”. Che con la riforma della pubblica amministrazione, va detto, sono già stati ridotti in modo siginficativo.
“Bisogna procedere alla riorganizzazione immediata della macro-struttura regionale e micro-struttura – tuona comunque la Uil – ridistribuire e potenziare i servizi sui territori, procedere alla irrinunciabile certificazione dei fabbisogni, rimodulare i carichi di lavoro, riorganizzare la spesa e ridurre senza indugi, come già detto, i costi sostenuti per i troppi direttori e dirigenti”.
D’Alfonso, insomma, “se la prenda con qualcun altro: i dipendenti non si muovono da dove sono”. Filippo Tronca




