L’AQUILA – Reclutavano giovani donne in Nigeria e dopo averle sottoposte a un rito magico del tipo voo doo, con il quale le sottomettevano psicologicamente, e averle indotte a firmare un contratto, venivano trasferite in Italia per essere costrette alla prostituzione subendo ogni tipo di ricatto e violenza, non ultima quella dell’interruzione della gravidanza attraverso la somministrazione di farmaci per provocare l’aborto anche in epoca gestazionale avanzata.

Con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e interruzione abusiva di gravidanza, i carabinieri del Ros hanno sgominato un banda nigeriana, articolata in cellule strutturate su base familiare e dislocate in Italia e all’estero, che gestiva l’intera filiera criminale: dal reclutamento delle vittime in madrepatria, al loro trasferimento in Europa e, infine, allo sfruttamento sessuale nei luoghi di destinazione finale.

In manette 26 nigeriani e due abruzzesi, che avevano il compito di austisti, in un’operazione denominata “Sahel” e coordinata alla Procura Distrettuale Antimafia dell’Aquila, che ha interessato le province di Teramo, Reggio Emilia, Foggia, Bari e Ascoli Piceno. In Austria, dove è stato localizzato un indagato, verrà eseguito un mandato di arresto europeo. I carabinieri hanno anche sequestrato preventivamente beni tra cui immobili, autovetture, licenze ed esercizi commercial, per un valore complessivo di circa un milione di euro.

I particolari dell’operazione sono stati  illustrati in una conferenza stampa tenuta all’Aquila dal sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, David Mancini, e dal generale Mario Parente, vice comandante nazionale dei Ros (nella foto rispettivamente a sinistra e a destra). Le indagini continuano perché, come ha sottolineato il magistrato Mancini, il clan di nigeriano era ramificato in Europa.

L’inchiesta è scattata da un’indagine partita per la denuncia di una 25 enne nigeriana, vittima di sfruttamento sessuale da parte di tre successivamente fermati. Alla contestazione agli indagati del reato di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù e allo sfruttamento sessuale, il procedimento è stato trasferito per competenza alla Procura Distrettuale Antimafia dell’Aquila.

Le attività di indagine hanno interessato anche la collaborazione del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia e di Europol.

GLI ARRESTATI

L’AQUILA – Sono sei gli italiani arrestati nell’operazione “Sahel” nell’ambito della quale sono finiti in carcere anche 20 nigeriani, tutti rinchiusi nel carcere di Teramo.

Si tratta di Giovanni D’Eusebio, 50 anni di Monteprandone (Ascoli Piceno), Vicente Pucci, 50 anni di Teramo, accusati di essere i tassisti, poi quattro persone della provincia di Foggia: Antonio Laddaga, Anna Console, Tommaso Pisciola e Amedeo Prudente, accusati di falsificare i documenti e organizzare matrimoni fittizi.

PSICOLOGI PER COLLABORARE CON SFRUTTATE

L’AQUILA – Nell’ambito dell’operazione “Sahel” che ha portato all’arresto di 26 persone, tra cui sei italiani e tra questi due abruzzesi, per avvicinare e far uscire dalla condizione di assoluto assoggettamento le ragazze nigeriane, costrette a prostituirsi in una condizione di schiavitù e vessazione, e minacciate anche con ritorsioni sui familiari se non avessero mantenuto gli impegni, i carabinieri del Ros si sono avvalsi dell’apporto di loro colleghi ufficiali psicologi.

I carabinieri e la procura distrettuale abruzzese antimafia si sono anche appoggiati a diverse Ong operanti in Niegria per affidare le giovani a programmi di assistenza e protezione. “Proprio questo modello – si legge nella  nota dei carabinieri – ha consentito di instaurare un rapporto di fiducia tra gli operatori del Ros e le giovani sfruttate  che, con l’attenuarsi del condizionamento psicologico, hanno offerto puntuali riscontri alle attività tecniche, ed importanti elementi probatori a carico del sodalizio criminoso”.

65 MILA EURO IL COSTO DELLA LIBERTA’

A proposito deglii impegni a cui venivano costrette le giovani, come hanno sottolineato nel corso della conferenza stampa, il sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila David Mancini e il generale Mario Parente, vice comandante nazionale dei Ros, le giovani per “estinguere” il contratto firmato in Nigeria attraverso il “giuramento” effettuato con il rito magico del tipo voo doo, erano costrette a versare tra i 60 e i 65mila euro. Inoltre, una volta in Italia le giovani erano costrette a restituire i soldi del viaggio e pagare ogni “servizio” dell’organizzazione, persino il servizio di trasporto al costo di 15 euro a corsa.

LA TANGENTE A ”MADAME”

In particolare, nelle province di Teramo ed Ascoli Piceno sono state individuate tre cellule, due a Martinsicuro (Teramo) e una nella zona della cosiddetta bonifica del Tronto. Prima della partenza dalla Nigeria, alle giovani venivano forniti documenti di identità contraffatti. Dalle indagini è emerso che il sodalizio criminale attivasse rotte terrestri o aeree, a seconda delle disponibilità economiche di quella che veniva chiamata “madame” cioè la persona a cui veniva consegnata la ragazza in Italia che riscuoteva tra le altre cose la tangente per l’affitto del marciapiede.

L’indagine ha anche accertato i contatti con alcuni pregiudicati foggiani per la regolarizzazione del soggiorno di componenti delle cellule criminali sotto inchiesta, attraverso false attestazione di lavoro e l’organizzazione di matrimoni fittizi tra cittadini nigeriani e donne italiane.