PACENTRO – Senza dubbio un pignolo filologo delle cose sacre avrebbe ad obiettare che a Betlemme, ai tempi della nascita di Gesù, non ci fosse tale opulenza di fumanti pietanze, annaffiate da vino e genziane. 

Altrettanto vero è che il presepe vivente di Pacentro, nella valle Peligna, attrae e appassiona da 21 anni a questa parte perché  è anche un laico e piacevole pellegrinaggio, lungo gli antichi vicoli, tra zuppe di cavolo, patate e fagioli, pecorini alla brace, salumi caserecci gnocchi fatti in casa, zeppole e ferratelle, castagne  e altre cose buone. 

Ed è un’esperienza non banale fermarsi ad osservare le postazioni degli ultimi artigiani della lana di aragonese memoria, della pietra  bianca della Majella madre, delle merlettaie, dei calzolai e dei pittori. E a proposito di artigianato pacentrano, non si può non ricordare Giuseppe Avolio, napoletano di origini, maestro nel creare proprio statuine del presepe. 

Nella finzione della rappresentazione, queste persone in carne ed ossa, nel ruolo appunto di statuine del presepe, mettono in mostra un’autentica civiltà della terra e delle mani, che eroicamente resiste alle invasioni barbariche del cibo e degli oggetti seriali, asettici e incellofanati, della grande distribuzione planetaria e trionfante, dietro cui c’è, in buona parte, sfruttamento di uomini e bestie, e distruzione di ambienti naturali.

Sempre emozionante, per le anime semplici, l’apparire tra i vicoli, preceduto da due talentuosi zampognari, della sacra famiglia, con tanto di asinello, e che non avendo trovato ospitalità nelle locande del paese, in quanto poveri e stranieri, rimediano alla fine un rifugio dentro una capanna, ai piedi del maestoso castello dalle tre torri, che garantisce prestigio e notorietà nel mondo a Pacentro, assieme al fatto che è  paese d’origine di un’ altra celebre Madonna, in questo caso la popstar americana.

Il castello è appartenuto nei secoli ai Caldora, agli Orsini e ai Colonna, potentissime famiglie, anche loro straniere, ma che a differenza di Giusppe e Maria, erano molto ricche e dunque, con la benedizione dei papi e dei re, ebbero licenza di vivere nell’ozio e nello sfarzo, sfruttando e taglieggiando il contado e i suoi sudditi.