PESCARA – Una legge c’è ma in sostanza non impone nessun obbligo per la presenza dei defibrillatori semiautomatici nei luoghi pubblici e lascia le iniziative alle regioni. Fino ad ora è il volontariato che ha lavorato per portare questo strumento salvavita tra la gente anche se in particolare, per quello che riguarda il calcio, i defibrillatori sono di fatto richiesti per poter effettuare una partita così come prevedono i piani sanitari predisposti delle società calcistiche che devono essere comunicati alle questure.

Questa, in sintesi la situazione normativa ora al centro di polemiche dopo la morte di Piermario Morosini.

Dal marzo 2011 un decreto dei ministeri della Salute e dell’Economia stabilisce i criteri e le modalità per la diffusione dei defibrillatori semiautomatici e promuove la realizzazione di programmi regionali a tale scopo. Le regioni hanno presentato i loro programmi al ministero della Salute, che ha erogato la prima parte del finanziamento per i Programmi regionali con una spesa autorizzata di 4 milioni di euro per il 2010, e di 2 milioni per 2011 e 2012 ciascuno.

Il secondo e il terzo finanziamento avverranno dopo la presentazione da ogni regione delle relazioni sulle tre fasi di attuazione del programma e alla loro valutazione positiva dal Comitato Lea. Il fine è avere una mappa nazionale sul numero e la distribuzione dei defibrillatori esterni sul territorio. Nell’attesa che si compiano tutte le fasi, i cittadini possono fare affidamento solo sui circa 5-6000 defibrillatori automatici distribuiti in modo difforme su tutto il territorio, in gran parte grazie all’iniziativa di associazioni e volontari.

DOVE RENDERE DISPONIBILI I DEFIBRILLATORI

Il decreto spiega che vanno posti in luoghi di aggregazione, ad alto afflusso di pubblico o aree particolari, come luoghi isolati e zone disagiate (montagna, piccole isole).

Quindi ad esempio luoghi in cui si pratica attività sanitaria e sociosanitaria, come strutture sociosanitarie residenziali e semiresidenziali, luoghi ricreativi o sportivi, quali cinema, teatri, parchi divertimento, discoteche, sale gioco, stadi, centri sportivi. E poi scali per mezzi di trasporto aerei, ferroviari e marittimi, strutture industriali, centri commerciali, ipermercati, grandi magazzini, alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari e stazioni sciistiche, carceri, scuole. I defibrillatori devono essere collocati in posti facili da raggiungere e con un cartello che ne indichi la presenza.

FORMAZIONE

Il defibrillatore semiautomatico può essere usato solo da una persona che abbia conseguito l’attestato di formazione all’uso del defibrillatore semiautomatico dopo una prova pratica. La formazione riguarda i metodi di rianimazione cardiopolmonare di base, una parte teorica su pericoli e precauzioni per i pazienti e una pratica.

LA SITUAZIONE DI FATTO

“Purtroppo c’è solo un censimento approssimativo e non si hanno dati da tutte le regioni – spiega Maurizio Santomauro, presidente del Gruppo emergenze cardiologiche-Giec – e possiamo stimare che in Italia vi siano non più di 5-6000 defibrillatori semiautomatici, frutto per lo più di iniziative di onlus e associazioni o istituzioni come magari una provincia o un comune. Ma manca una tracciabilità degli apparecchi, di dove sono sistemati, se sono utilizzati e pronti per l’uso”.

Sulla base dell’epidemiologia e delle linee guida internazionali invece in una regione con 5 milioni di abitanti dovrebbero essere 5000 defibrillatori.

“Siamo molto indietro anche sulla formazione tra chi non è operatore sanitario – conclude Santomauro – Hanno seguito i corsi solo circa 60mila persone, quando ce ne vorrebbero almeno il doppio”.