L’AQUILA – Il processo di convergenza delle regioni italiane meno sviluppate, nello specifico quelle del Mezzogiorno, non si è verificato. Anzi, al contrario, hanno continuato a crescere sempre molto meno della media dei Paesi dell’Unione europea, ed è “l’intero sistema Paese Italia che si è contraddistinto per un processo di progressivo allontanamento dal dato medio”. L’Abruzzo, assieme alle Marche e parte dell’Umbria, regione “in transizione”, uscita ad inizio anni ’90 dall’Obiettivo uno ovvero dalle regioni “arretrate”,  dal 2000 sta anch’essa perdendo terreno.

Sono le evidenze emerse dal rapporto realizzato dall’Istat e dall’Eurostat dedicato alla politica di coesione all’interno dell’Unione europea, e dall’eloquente titolo “Vent’anni di mancata convergenza”.

La frenata delle regioni italiane, anche le più progredite, viene spiegato nel rapporto con il basso tasso di occupazione, la bassa produttività del lavoro  ed ora anche  dalle tendenze demografiche che con l’invecchiamento e lo spopolamento, amplieranno ancora di più il divario in termini di reddito con il resto d’Europa.

In questo quadro, come vedremo nel dettaglio qui si seguito, l’Abruzzo, dal 2000 al 2021 ha perso 27 posizioni, in termini di Pil pro capite tra le le oltre 400 regioni europee, la percentuale degli occupati sulla popolazione e la produttività sono cresciute poco, e sono oggi sotto le medie europee e italiane.

Infine con  l’erosione demografica la  popolazione in età lavorativa si prevede che scenderà nel 2030 del 7,8%, e questo avrà effetti negativi su tutta l’economia.

Prima di entrare nel dettaglio dei numeri forniti dall’Istat ed Eurostat, è però necessario fare chiarezza su cosa è la politica di coesione.

L’Ue si pone fra i principali obiettivi quello di ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle sue regioni, così da promuoverne “uno sviluppo armonioso e rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale”. La politica di coesione, con riferimento al periodo 2021-2027, assorbe ben 330 miliardi di euro, il 30,7% delle risorse stanziate nel Quadro finanziario pluriennale (Qfp).

L’allocazione di queste risorse segue una logica principalmente attribuibile al “peso” del Pil pro capite e le oltre 400 regioni in cui sono state divisi gli Stati membri, appartengono a tre categorie:   “regioni meno sviluppate”, con un pil pro capite inferiore al 75% della media europea, e in Italia sono tutte le regioni del Sud e le Isole.

Poi ci sono le “regioni in transizione”, con un pil tra il 75% e il 100% della media europea, e qui troviamo appunto l’Abruzzo, le Marche e parte dell’Umbria.

Tutte le altre regioni del Centro e del Nord sono invece nella fascia delle “regioni più sviluppate”,  con un pil pro-capite superiore alla media europea, sopra cioè il 100%. Media che, va detto, è stata abbassata dall’ingresso recente dei paesi dell’Est, molto più poveri rispetto agli storici stati membri.

Veniamo dunque ai numeri. Visto che si parla di politica di coesione di estrema importanza è la classifica delle regioni europee per Pil pro capite,

Durante il ciclo di programmazione 2000-2006 erano ben cinque le regioni italiane collocate fra le prime 25 di quella che è oggi l’Ue27 e tenuto conto del ranking di 242 regioni delle 27 stati europei: la provincia autonoma di Bolzano era al 14° posto, la Valle d’Aosta al 17°, la Lombardia al 20° posto, la provincia autonoma di Trento era 21° e il Lazio al 23°.

Nel 2021 risulta essere rimasta in tale raggruppamento solo la provincia autonoma di Bolzano.

Considerevole è stata la perdita di posizioni in classifica dell’Umbria, -60 posizioni,  e il Lazio, Piemonte, Veneto, Liguria, Toscana e Molise perdono  oltre 40 posizioni in graduatoria. Preoccupante la flessione anche della Campania (-36), della Sicilia (-35), delle Marche (-34), della Calabria (-32).   A limitare i danni solo la Lombardia, -4 posti  e la citata provincia autonoma di Bolzano (-3).

Anche l’Abruzzo ha perso posizioni: nel ciclo 2000-2006 era al 115° posto, nel ciclo 2007-2013 al 121°, nel ciclo 2014-2020 al 137° posto, nel 2021 si attesta al 142° posto. Insomma dal 2000 al 2021 ha perso 27 posizioni.

Del resto il tasso di crescita medio del Pil in Abruzzo è stato dell’1,5 nel 2000-2006, dello 0,5 nel 2007-2013, dello 0,6 nel 2014-2020, con una accelerazione nel 2021 e a partire dal 2019 dell’1,2, ma sempre al di sotto della media europea, che pure è calata dal 3,9 all’1,7 in venti anni.

Come si spiega questo perdere terreno?

Con i seguenti parametri: il tasso di occupazione e la produttività che in molte regioni cala, e dove cresce, seppur di poco, resta sotto la media europea. Infine il declino demografico che anche Abruzzo incide molto.

Per quanto riguarda il tasso di occupazione: mentre nell’Ue a 27 Stati vi è stato un pressoché costante incremento fino a giungere ad un tasso di occupazione del 68,4% nella fascia di età 15-64 anni,  in Italia il tasso di occupazione è aumentato in media di poco meno di due punti percentuali.

Anche in Abruzzo il tasso di occupazione dal 2000 seppur di poco è aumentato, dal 55,7% al 57,8%, ma resta al di sotto della media italiana del 58,2% e soprattutto europea che, come scritto, è del 68,4%.

Solo negli ultimissimi anni, si legge nel rapporto, “si è assistito ad un parziale recupero. Ciononostante, il dato complessivo delle ‘regioni meno sviluppate’ italiane rimane comunque inferiore di oltre 20 punti percentuali rispetto alla media Ue e di ben oltre 10 punti inferiore al dato medio italiano”.

Per quanto riguarda la produttività del lavoro: quella di tutte le regioni italiane era in media superiore rispetto al dato europeo nel ciclo di programmazione 2000-2006.

Tale differenza ha però cominciato ad assottigliarsi significativamente durante il ciclo di programmazione 2007-2013.

“Nel successivo ciclo di programmazione tutte le regioni meno sviluppate, ma anche Abruzzo e Lazio, sono divenute deficitarie rispetto al livello di produttività del lavoro medio europeo”, si legge nel rapporto.

Per fare il confronto l’Istat utilizza il parametro del Pil per occupato:  in Europa dal 2000 al 2006 era di 49.985 euro, in Italia 52.923 , dunque sopra la media Europea, come pure l’Abruzzo, che viaggiava a 54.837 euro.

Anche al 2021 l’Italia ha registrato una performance superiore alla media europea: 83.506 rispetto a  75.272,  ma a rallentare la locomotiva sono, spiega l’Istat, ancora una volta le regioni del Sud ‘meno sviluppate’, in media a 68.012, ben lontane dai tassi di crescita di regioni del Nord   come Lombardia, province di Bolzano e di Trento e Val D’Aosta, sopra ai 90.000 euro.

Anche l’Abruzzo, regione in transizione, ha subìto un rallentamento, passando da 67.004 del  2014 a 72.120 del 2021. E pensare che dal 2000 al 2006 l’Abruzzo per era in termini di produttività al di sopra della media europea.

Infine l’aspetto demografico: qui basti riportare il dato sottolineato dall’Istat riguardo la popolazione in età lavorativa, da 15 a 64 anni: in Italia la percentuale sull’intera popolazione risultava essere quasi perfettamente in linea con quella europea durante il ciclo di programmazione 2000-2006, e si è mantenuta abbastanza simile anche in quello successivo ma ha iniziato a manifestare una divergenza nel ciclo 2014-2020 tanto che al 2o21 si è passati dal 65,2%  rispetto al 63,5%. In Abruzzo si è passato dal  65,6% al 63,2%. .

In prospettiva l’Italia, ammonisce l’Istat, perderà nel 2030 il 2,2% della popolazione attuale e il 5,4% della popolazione in età lavorativa.

In Abruzzo il 3,7% della popolazione complessiva e 7,8% della popolazione in età lavorativa,

La prima passerà da 1.281.011 a 1.233.395, la seconda da 807.927 a 744.660.

Questa riduzione della popolazione si tradurrà, prevede l’Istat in una perdita di pil pro capite con effetti negativi sull’intera economia e il processo di convergenza territoriale tenderà ad allentarsi ulteriormente. Con l’Abruzzo che resterà tra le regioni in transizione, senza poter sperare di fare un salto di qualità, ed anzi verranno a fargli compagnia  la Liguria, la Toscana e il Piemonte con il Pil che scenderà significativamente.

Si legge infine nel rapporto: “Le regioni meno sviluppate si allontaneranno ancor più dal reddito medio dell’Ue. Inoltre, vi sarà un ampliamento nel numero di regioni in transizione. Fino ad oggi la mancata convergenza tra le regioni meno sviluppate italiane rispetto alla media europea sembra
essere stata determinata principalmente dai differenziali presenti nel mercato del lavoro, in particolare in termini di occupati. Nel prossimo futuro però saranno le dinamiche demografiche previste a incidere forse anche più delle altre componenti nell’ampliare tali differenze e a rischiare di rallentare le prospettive di crescita. Tuttavia vi è una opportunità storica senza precedenti, che non va assolutamente mancata, offerta ai territori del Mezzogiorno dall’assegnazione del 40% dei fondi del PNRR, parallelamente ai fondi previsti dal ciclo di programmazione 2021-2027”.