L’AQUILA – Allarme per la riforma del lavoro voluta dal ministro del Welfare Elsa Fornero, appena varata dal Parlamento ed entrata in vigore da pochi giorni.

Parecchie aziende, in Abruzzo così come in Italia, hanno già iniziato un piano di licenziamenti, preoccupate dall’esito che potrà avere il provvedimento sugli equilibri interni.

Secondo molti datori di lavoro la norma introduce rigidità che invece di agevolare l’ingresso nel mercato occupazionale, lo penalizza, in particolare sul fronte dei contratti dei precari, che costeranno di più o dei giovani, che difficilmente potranno trovare sbocchi a causa della scarsa flessibilità dei contratti.

I parlamentari abruzzesi (o eletti in regione), al momento del voto si sono spaccati alla metà: tra deputati e senatori, 12 hanno detto sì, altrettanti si sono opposti o astenuti o non hanno partecipato.

I voti favorevoli sono arrivati da Ferdinando Adornato (Udc), Vittoria D’Incecco (Pd), Giovanni Lolli (Pd), Pierluigi Mantini (Udc), Maurizio Scelli (Pdl), Lanfranco Tenaglia (Pd), Daniele Toto (Fli) e Livia Turco (Pd) a Montecitorio, Fabrizio Di Stefano (Pdl), Giovanni Legnini (Pd), Luigi Lusi (misto) e Paolo Tancredi (Pdl) tra gli inquilini di palazzo Madama.

Gli altri: alla Camera Augusto Di Stanislao (Idv) ha votato no, i pidiellini Sabatino Aracu, Carla Castellani, Marcello de Angelis e Paola Pelino si sono astenuti, erano assenti, invece, Giampiero Catone (Popolo e territorio), Giovanni Dell’Elce (Pdl), Tommaso Ginoble (Pd); al Senato il dipietrista Alfonso Mascitelli si è espresso contro, mentre Franco Marini (Pd) era assente, così come gli altri due del Pdl Andrea Pastore e Filippo Piccone, con quest’ultimo che ha abbandonato l’aula poco prima del voto in disaccordo con le indicazioni del gruppo. (pi.bi.)

LE CRITICHE DEL ”FINANCIAL TIMES”

Il quotidiano economico inglese Financial times ha duramente criticato la riforma della Fornero, e l’ha fatto chiamando a dire la loro illustri economisti italiani, che hanno sottolineato come la manovra non tuteli le centinaia di migliaia di giovani disoccupati (passati in meno di cinque anni dal 21 al 36 per cento della popolazione).

Secondo il docente di Economia dell’Università di Tor Vergata Gustavo Piga “l’Italia rischia di perdere miliardi di euro in Pil se una grande fetta della popolazione non diventa parte della forza lavoro”.

Sempre dalle colonne del Ft gli ha fatto eco Tito Boeri: “Il nuovo sistema penalizza i giovani e non ha fatto nulla per affrontare e risolvere il problema che andrà anche a inficiare sulla crescita economica del Paese: se le aziende hanno paura di assumere, per via delle stesse protezioni che un giovane avrebbe in rapporto a un dipendente vicino alla pensione, lo stesso sarà costretto a saltare da un lavoro a un altro per tutta la vita”.

LA RIFORMA IN PILLOLE (da dirittodicritica.com)

L’ARTICOLO 18 “RISTRUTTURATO”

L’articolo 18, che come prima si applica solo ad aziende con più di 15 dipendenti (circa il 20% dei lavoratori dipendenti in Italia) è stato lievemente ammorbidito. Abolito il reintegro automatico in caso di licenziamento economico (cioè quando l’azienda è in difficoltà).

Il reintegro viene sostituito con una consistente indennità. Per quanto riguarda i licenziamenti disciplinari, sarà il giudice a valutare se c’è o meno giusta causa e se ci sono gli estremi per un reintegro in base al contratto collettivo.

Nullo il licenziamento discriminatorio e quindi il giudice, come già in vigore finora, disporrà l’immediato reintegro.

CONTRO LE FALSE PARTITE IVA

Stop alle false partite iva che nascondo sfruttamento e lavoro precario. Sono “vere” quelle partite iva che producono all’intestatario un reddito annuo lordo dai 18 mila euro in su.

La durata della collaborazione non deve superare gli otto mesi e il lavoratore non deve avere una postazione fissa in azienda (per esempio una scrivania).

SALARIO BASE PER I CO.CO.PRO.

Per i contratti a progetto, il governo ha inserito un salario minimo, calcolato sulla media delle retribuzioni stabilite dai contratti collettivi.

Aumenta l’aliquota contributiva (un lavoratore a progetto “costerà” quanto uno dipendente) fino al 33% nel 2018. Rafforzata anche la una tantum per i disoccupati parasubordinati.

Anche se in via sperimentale (vale solo per i prossimi tre anni), chi avrà lavorato almeno sei mesi nell’anno, potrà usufruire di un indennizzo di disoccupazione di circa 6 mila euro.

L’APPRENDISTA

L’apprendistato diventa il principale canale per l’accesso al mondo del lavoro. I contratti dovranno durare almeno sei mesi, ma non c’è obbligo di assunzione.

Solo le aziende con più di dieci dipendenti dovranno assumere almeno il 50% degli apprendisti.

CONTRATTI A TERMINE

Le assunzioni a tempo determinato dovranno durare almeno 12 mesi, quando si tratta di “primo contratto”. Ma le aziende non avranno più l’obbligo di indicare le “cause” che la costringono ad assumere “a tempo” quel determinato lavoratore.

Si allargano i periodi di pausa tra un contratto e l’altro in modo da disincentivare l’uso di questa forma contrattuale per periodi lunghi. Infatti, per un contratto di sei mesi, la pausa passa da dieci a 20 giorni. Per contratti più lunghi lo stop arriva fino a un mese.

AMMORTIZZATORI SOCIALI

Si chiamerà Aspi e sostituirà l’indennità di disoccupazione. Il disoccupato che dovesse rifiutare un lavoro che abbia una retribuzione superiore almeno del 20% rispetto all’indennità, perderà il sussidio.

Si aggiunge il congedo di paternità. Alla nascita del figlio, per il padre ci sarà un giorno di congedo obbligatorio. Il padre-lavoratore ne può chiedere altri due che però saranno scalati da quelli previsti per la madre. In arrivo un buono baby sitter per aiutare le donne lavoratrici nei primi mesi dopo il parto.