L’AQUILA – “Dobbiamo puntare a salvare i lavoratori dei call center aquilani, che tra comune e provincia sono più di 2.500, anche attraverso la clausola sociale su cui però c’è chi agisce contro”.
Lo afferma ad AbruzzoWeb Piero Francazio, segretario generale della Uilcom Uil dell’Aquila, unica Rsu presente nel call center Globe Network del capoluogo abruzzese. Il call center ha come unico committente l’operatore telefonico H3G e rischia di veder licenziati 234 lavoratori dal 30 giugno prossimo, per la fine della commessa.
“Sappiamo bene dei problemi della Globe Network con l’Agenzia delle entrate per un debito da 4,5 milioni di euro – dice Francazio – ma a noi interessa il salvataggio dei lavoratori, non altro. Sappiamo anche che H3G vuole risolvere questa situazione, ma ad oggi non c’è nessuna notizia ufficiale in tal senso”.
Dododomani, martedì 24 maggio, a Roma, ci sarà un tavolo nazionale proprio con i vertici italiani dell’azienda e con le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil, al quale prenderanno parte anche i sindacati locali con la presenza delle segreterie territoriali, un altro passaggio verso un recupero che però, con il precipitare degli eventi negli ultimi giorni, sembra sempre più difficile.
Anche perché, la questione dei call center aquilani è davvero esplosiva e lo ha dimostrato il ‘fuoco’ di questo scorcio di maggio, con proteste clamorose da parte di chi può perdere il lavoro e con strali, nel caso della Globe Network, al proprietario Francesco Cisco da parte di una lavoratrice che ha preferito restare anonima in un’intervista ad AbruzzoWeb e che ha parlato pure della H3G, ipotizzando la possibilità che l’azienda stia sfruttando i problemi della Globe Network con l’Agenzia delle entrate per poter delocalizzare all’estero senza intoppi.
Critiche, però non confermate davanti ai microfoni per paura di ritorsioni professionali, sono state inviate anche al sindacato Uil, da cui Cisco proviene; dal canto suo, il patron della Globe Network ha denunciato un ex dipendente per un post violento nei suoi confronti su Facebook, mentre i rapporti con la H3G sembrano pressoché irrecuperabili.
“C’è un mezzo ben preciso, che è legge – spiega il rappresentante Uil – che parla chiaramente di clausole sociali e che se applicate permetterebbero di dare una prospettiva in più a chi vive con incertezza l’occupazione. Bisogna fare in modo che chi lavora nei call center abbia un futuro con regole certe, evitando che le aziende vadano a delocalizzare all’estero per abbattere il costo del lavoro, in un settore in cui c’è una concorrenza spietata con l’arma del massimo ribasso usata dalle stesse aziende. Ma sulle clausole sociali, purtroppo, c’è chi rema contro, c’è qualche forza nascosta che non vuole che si applichi il decreto. Penso, leggendo i giornali, a qualche rappresentante di azienda”.
In estrema sintesi, la clausola sociale, inserita di recente nel nuovo Codice degli Appalti e che è uno dei cavalli di battaglia della senatrice aquilana del Partito democratico, Stefania Pezzopane, è una forma di tutela dei lavoratori nei casi di successione di appalti, attraverso l’obbligo di riassumere i dipendenti in caso di aggiudicazioni di gare pubbliche, da cui derivi un nuovo gestore di servizi: in pratica, serve per garantire l’occupazione in un settore molto ‘volubile’, con le aziende che spesso cambiano città o addirittura nazione.
“Al sottosegretario Claudio De Vincenti, durante l’incontro all’Aquila in occasione della visita del premier, Matteo Renzi – svela il sindacalista – ho chiesto di fare in modo di ‘rimuovere’ queste forze”.
Poi, precisa Francazio, “nella contrattazione collettiva, stiamo chiedendo di inserire nel rinnovo contrattuale delle comunicazioni la figura ‘Label’, che esiste già in Francia e che permette di verificare lo stato di salute dell’azienda, anziché passare per l’autocertificazione”.
“Chi vince le commesse e si muove al di sotto del costo del lavoro – conclude – o delocalizza, o utilizza il lavoro nero per contenere i costi. Dobbiamo stabilizzare i dipendenti ed evitare una catastrofe occupazionale che rischia di mettere in ginocchio intere famiglie, senza dimenticare i possibili scenari all’orizzonte per altri call center, come quello Inps e con la situazione dell’E-Care di Monticchio”, quest’ultima con circa 90 lavoratori a rischio.



