ROMA – Il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nella crisi con l’Iran, aprendo uno nuova e pericolosa fase del conflitto con Teheran.
La misura, decisa dopo il fallimento dei negoziati diretti che si sono tenuti a Islamabad nel fine settimana, apre infatti scenari complessi sul piano operativo, giuridico e geopolitico.
Il presidente Donald Trump ha inizialmente parlato di bloccare “qualsiasi nave” in entrata o in uscita dallo stretto a partire dalle 16 ora italiana, ma successivamente il Centcom ha circoscritto l’operazione alle navi dirette verso o provenienti dai porti iraniani, evitando formalmente di interferire con il traffico internazionale diretto verso scali non iraniani.
Dal punto di vista tecnico, il blocco è una misura di guerra economica che mira a impedire a un Paese di esportare e importare merci, colpendo direttamente le sue entrate e la sua capacità di sostenere lo sforzo bellico.
Secondo il diritto internazionale, per essere considerato legittimo un blocco deve rispettare criteri precisi: deve essere dichiarato pubblicamente, deve essere effettivo (cioè realmente applicabile), imparziale (valido per tutte le bandiere) e non può impedire l’accesso ai porti neutrali né chiudere uno stretto internazionale come Hormuz al traffico non coinvolto nel conflitto.
Proprio su questo punto si concentra una delle principali ambiguità: Washington sostiene di non voler bloccare lo stretto, ma solo i collegamenti con i porti iraniani. Tuttavia, nella pratica operativa, la distinzione può risultare difficile da applicare senza incidere sulla libertà di navigazione.





