L’AQUILA – Il messaggio è chiarissimo: non bisogna cullarsi, “L’Aquila è ancora in pericolo sicurezza”.
Per il professor Dante Galeota, ordinario di Tecnica delle costruzioni all’università dell’Aquila, la sicurezza sismica delle strutture della città colpita dal terremoto del 6 aprile 2009 potrebbe non essere all’altezza di una scossa ‘importante’.
Il professore è uno degli autori dello studio sullo stato della Basilica di Collemaggio finito ieri mattina fra le mani del primo cittadino del capoluogo, Massimo Cialente, che ha deciso immediatamente di chiudere la chiesa a pochi giorni dalla Perdonanza Celestiniana, che proprio lì dentro vive il momento più importante, fino alla fine del 2016, anno di conclusione dei lavori di ristrutturazione.
Lo studio, realizzato in tandem con il Politecnico di Milano, dimostra l’inadeguatezza in caso di scossa forte della struttura, gravemente danneggiata poco più di quattro anni fa dal sisma.
“Dal punto di vista sismico – spiega il professore ad AbruzzoWeb – la Basilica non è adeguata. Ottima la messa in sicurezza subito dopo il sisma, realizzata da un grandissimo esperto come il professor Croce, ma parliamo comunque di interventi sullo stato di danneggiamento, dei carichi di gravità, non sulla sismicità”.
“Gli stessi problemi che ha Collemaggio – dice Galeota – potrebbe averli qualsiasi altra struttura danneggiata dal sisma, specie quelle che si trovano nel centro storico terremotato. Vero, la probabilità di un’altra scossa forte è bassissima, ma non si può, non si deve escludere niente quando c’è di mezzo la sicurezza delle persone. I puntellamenti, che hanno una durata e di resistenza di due anni, vanno cambiati. E i palazzi danneggiati devono essere consolidati. Occorre un grado elevato di sicurezza, non c’è dubbio. Non si possono rischiare altri crolli”.
Recentemente Galeota ha ospitato un professore di ingegneria sismica all’Università Canterbury di Christchurch e presidente dell’associazione nazionale di Ingegneria sismica in Nuova Zelanda, che ha studiato il terremoto dell’Aquila e ottenuto dal collega aquilano una corposa documentazione.
“Nel 2010 a Christchurch c’è stato un terremoto importante, di magniduto 7.1 della Scala Richter – afferma il professore – che ha causato una vittima per infarto. Da quanto ho capito, le nostre tecnologie post-sisma e la nostra ‘cultura’ del consolidamento lo hanno convinto a prendere L’Aquila come ottimo esempio per i terremoti in Nuova Zelanda. Dopo tre anni non hanno fatto praticamente nulla, rispetto a noi sono molto indietro”.
“Mentre qui da noi si consolidano e si ricostruiscono anche i monumenti più antichi e più difficili da gestire – continua Galeota – in Nuova Zelanda, una zona sismica importantissima, demoliscono anche le cattedrali più recenti, come nel caso di Christchurch. Il professore, da poco rientrato nel suo Paese, ha visitato Collemaggio e ha intenzione di spiegare ai suoi studenti e ai suoi connazionali che se si butta giù sempre e comunque non si potrà mai avere una storia antica. All’Aquila, però, in alcune zone si poteva e si doveva procedere all’abbattimento degli edifici per ricostruirli di nuovo”.
“Ma nei nostri centri storici – conclude – è un’altra storia. Lì si deve recuperare il più possibile. L’importante, in attesa dei lavori di ricostruzione, è evitare che la gente rischi la vita passando sotto o in mezzo palazzi e strutture non sicure”.



