L’AQUILA – “Gravi indizi colpevolezza”, a cominciare dal dna “estrapolato dai pantaloni indossati dalla vittima”, per il suo essere “destrimane e con scarpe numero 43”, compatibili con la dinamica dell’assassinio e le impronte trovate sul luogo del delitto, “per aver reso dichiarazioni mendaci e “aver fornito un alibi falso”, per “l’aver negato il consenso al prelievo del tampone salivare”, necessario ad acquisire il dna, per avere in uso “una utenza agganciata dalla cella telefonica servente l’abitazione della vittima nel pomeriggio del 22 novembre”, per “essersi disfatto del cellulare che usava all’epoca dei fatti”.
Sono i passaggi chiave dell’ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere firmata dal giudice per le indagini preliminari Guendalina Buccella, del Tribunale dell’Aquila, a seguito della quale è stato ieri mattina arrestato Gianmarco Paolucci, 25 anni residente alla frazione aquilana di Bagno e domiciliato nel progetto Case della frazione di Sant’Elia, di professione macellaio presso il supermercato MD di Bazzano.
Accusato dell’omicidio volontario aggravato da futili motivi e crudeltà, di Paolo D’Amico, 55 anni, operatore ecologico originario di Roma trapiantato a L’Aquila da anni, ritrovato morto nella sua abitazione isolata nella campagna di Poggio Picenze, comune a pochi chilometri dal capoluogo, nel pomeriggio di domenica 24 novembre 2019, colpito con ventidue fendenti di cesello da legno al petto e poi con una pesante mazzetta da carpentiere alla testa. L’omicidio è stato collocato temporalmente nel venerdì pomeriggio del 22 novembre.
Il delitto sarebbe avvenuto per questioni di spaccio e consumo di droga visto che nel garage sono state trovate ad essiccare una ventina di piante di marijuana che D’Amico, uomo schivo e riservato, coltivava in una piantagione impiantata nel verde della sua casa di campagna.
Paolucci è stato condotto nel carcere di Frosinone, scelto nell’ambito delle misure di sicurezza anti-covid. Interrogato ieri a L’Aquila, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E’ assistito dall’avvocato Mauro Ceci, del foro dell’Aquila.
Fondamentali per risalire al presunto assassino, le tracce di dna rinvenute nei pantaloni della vittima, all’altezza delle caviglie, nell’atto, questa l’ipotesi, del trascinamento del cadavere dentro il garage, per liberare la porta di uscita, all’altezza della quale sarebbe avvenuta la brutale aggressione. Dna compatibile con quello dell’arrestato, ottenuto a metà dicembre durante un controllo anti-alcol stradale, quando oramai i sospetti si concentravano tutti sul 25enne.
Ad illustrare oggi l’esito di indagini lunghe e complesse, il Procuratore della Repubblica dell’Aquila, Michele Renzo, il sostituto procuratore Simonetta Ciccarelli, che hanno coordinato le indagini, il comandante provinciale dei Carabinieri Nazareno Santantonio e il maggiore Edoardo Commandè.
Nell’ordinanza di Buccella si motiva la custodia cautelare in carcere per la “pericolosità dell’indagato” e per “il rischio concreto ed attuale di commissione di reati analoghi”.
Desunti proprio dalla particolare efferatezza del delitto che sarebbe stato commesso da Paolucci si ricorda nella stessa ordinanza, ed anche “per aver ripulito il luogo del delitto con lucidità”, ed essere poi tornato “alla sua vita quotidiana, senza dimenticare di studiare una tattica funzionale ad eludere le indagini, mostrando quindi una spiccatissima inclinazione a delinquere”.
L’assassino ha inferto, si scrive nell’ordinanza “22 colpi contro la vittima sul torace, le mani e il capo, con uno scalpello-cesello per la lavorazione del legno” e poi con “un martello da lavoro con manico in legno sulla testa”, “cagionando la morte per grave politrauma cranico encefalico, emorragia diffusa e insufficienza respiratoria acuta”.
Vittima colpita “all’ingresso del garage in prossimità dell’uscio mentre stava entrando” poi trascinato dentro il locale, come conferma “la vistosa scia di sangue di circa 160 centimetri tracciata dall’uscio del garage fino al capo del cadavere”, e “i pantaloni e calzini della vittima parzialmente calati, a riscontro dell’intervenuto trascinamento dalle caviglie”.
Primo passaggio chiave nell’ordinanza: “l’aggressione è avvenuta frontalmente e riscontra come l’omicida fosse destrimane. Dalle indagini sulle impronte di camminamento è risultato che l’omicida indossava scarpe marca Vans sneakers, in voga tra i giovani, di taglia 42-43”. Stesso numero indossato dall’omicida, destrimane.
Dall’indagine è risultato anche, si scrive l’ordinanza che “prima di abbandonare l’abitazione l’aggressore ha ripulito accuratamente le due armi utilizzate, tanto che nessuna impronta è stata rinvenuta, neppure quelle della vittima che aveva certamente usati in più occasioni in precedenza gli utensili da lavoro”.
L’assassino ha poi “chiuso il locale seminterrato bloccando nella porta anche attraverso oggetti rinvenuti sul posto, e ha sottratto un paio di scarpe da lavoro forse utilizzate per allontanarsi al posto delle proprie Vans, sporche di sangue”.
Altro elemento centrale delle indagini è che è sparito “il telefono cellulare della vittima, un Nokia, che risulta essere stato spento a partire dalle ore 19 del 22 novembre”. Circostanza si legge nell’ordinanza che “risulta altamente sintomatica del fatto che l’aggressore conoscesse la sua vittima e aveva avuto con lui avuto contatti telefonici”.
Non sono stati sottratti invece oggetti di valore e soprattutto il denaro contante per 2.500 euro, rinvenuto nel mobile del soggiorno.
Nell’ordinanza si ricorda poi che “D’Amico era dedito alla coltivazione sostanze stupefacenti del tipo marijuana che commercializza in favore una vasta cerchia di persone, anche a credito”. Come testimoniato dalle persone ascoltate nell’ambito dell’inchiesta.
Del resto nel garage sono stati trovati “circa 9 chili di marijuana in corso di essiccamento utili a confezionare oltre 9.500 dosi”. Traffico di stupefacenti che sarebbe confermato “dall’esame degli sms conservati sul vecchio telefono della vittima, utilizzato da aprile 2018 a luglio 2019”.
Da qui la conclusione secondo la quale l’omicidio “si è consumato a cagione di vicende relative allo stupefacente detenuto e a crediti maturati nei confronti degli acquirenti”.
E arriviamo ai “gravi indizi di colpevolezza” del delitto, a carico di Gianmarco Paolucci.
Risultanti innanzitutto attraverso un esame dei tabulati telefonici della vittima, “tra l’ottobre 2019 e il 21 novembre” e poi di “un sms inviato dall’indagato alla vittima il 17 ottobre”, e “sette tentativi di chiamata senza risposta di D’Amico sul numero telefonico di Paolucci”.
Nell’interrogatorio avvenuto il 18 dicembre 2019, quando già i sospetti si concertavano sul 25enne, e nell’ambito delle indagini che hanno raccolto oltre 100 testimonianze, il presunto omicida ha precisato che veniva contattato dalla vittima “per ragioni connesse alla sua attività di macellaio”, “per sapere se erano arrivati dei tipi di carne o delle bistecche di vacca e per sapere se avevo degli scarti di pecora da dargli”, ha spiegato Paolucci.
Il presunto omicida ha però negato di avere incontrato D’Amico “fuori al supermercato se non casualmente, e di non essere mai stato a casa sua, pur precisando di avergli portato una volta gli scarti di pecora in prossimità della sua abitazione”.
Poi però ha cambiato versione dichiarando “di essere salito sulla sua macchina e con lui di essere entrato nell’abitazione, dove hanno bevuto un caffè insieme”.
Per quanto riguarda il giorno del delitto, il 22 novembre 2019, il presunto omicida “ha riferito di aver lavorato al mattino dalle 7 alle 14 e di essersi recato in seguito a casa sua nella frazione di Bagno”.
E’ poi accaduto, sottolinea il gip, che Paolucci, pochi giorni dopo l’interrogatorio, il 25 dicembre 2019, “ha dismesso il suo cellulare Galaxy s7, in uso all’epoca dei fatti”.
I sospetti sono aumentati quando “l’uomo convocato come molti altri il 30 novembre 2020 per il volontario prelievo di un campione salivare, utile alla comparazione del dna rinvenuto sulla scena del delitto, ha negato il suo consenso”.
Si è proceduto dunque all’esame delle celle telefoniche “agganciate nel giorno del delitto dalle utenze in uso a Paolucci. Dal quale è emerso come alle ore 16.16 del 22 novembre ricevendo un sms, il suo telefonino ha agganciato la cella sita in Poggio Picenze località Varranoni”, la località dove si è consumato il delitto.
Si tratta, scrive nell’ordinanza Buccella, “del primo riscontro della presenza di Paolucci presso l’abitazione di D’Amico, e al tempo stesso della falsità dell’alibi fornito, tenuto conto del fatto che sempre grazie alle verifiche effettuate, la stessa cella non è servente della frazione di Bagno, né del supermercato MD di Bazzano, né dell’abitazione al progetto case di Sant’Elia, né dell’abitazione materna di Onna”.
Altro indizio a suo carico di Paolucci è il suo “aver affermato di aver trascorso il pomeriggio del 22 novembre con la madre, circostanza smentita dalle numerose telefonate effettuate proprio dal Paolucci alla madre”.
Il “riscontro principe” della presunta colpevolezza di Paolucci, si scrive però nell’ordinanza emerge grazie alla comparazione del dna prelevato “dopo il diniego del prelievo volontario del 30 novembre, in data 11 dicembre, con un accertamento stradale, dal boccale utilizzato per l’alcoltest”. Dna compatibile con quello individuato sui pantaloni della vittima.
La custodia in carcere è così motivata dalla “pericolosità del soggetto”, e l’ordinanza ribadisce che “il Paolucci ha colpito con un arma impropria il D’Amico fiaccandolo sin dai primi colpi, rendendolo sin da subito incapace di difendersi”, “ha infierito poi sullo stesso con ulteriori colpi, infine ha colpito l’uomo, probabilmente già morto, cambiando anche l’arma e utilizzando la mazzetta, per avere certezza matematica della morte”.
In seguito “con estrema lucidità ha ripulito la scena del crimine, eliminando le proprie impronte dallo scalpello e dalla mazzetta, sottraendo alla vittima il telefono cellulare, per eludere l’investigazione”.
E alla fine “probabilmente si è appropriato di alcune piante di marijuana”.
Trattasi in conclusione “di persona che per motivi certamente futili – debiti non saldati o questioni afferenti lo stupefacente -, non ha esitato ad uccidere brutalmente il D’Amico all’interno della sua abitazione, adoperando sullo stesso crudeltà e sevizie, per poi tornare alla sua vita quotidiana, senza dimenticare di studiare una tattica funzionale ad eludere le indagini mostrando quindi una spiccatissima inclinazione a delinquere”.






