L’AQUILA – Primi rinvii a giudizio e primo processo nell’ambito della maxi inchiesta della Procura dell’Aquila sui crolli del terremoto del 6 aprile 2009.
Il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale del capoluogo, Marco Billi, ha infatti rinviato a giudizio, il 28 gennaio 2011 con l’accusa di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni gravi Livio Bearzi e Vincenzo Mazzotta, rispettivamente preside del Convitto nazionale dell’Aquila e dirigente del settore Edilizia della Provincia dell’Aquila.
A chiudersi per primo è quindi il filone del crollo del Convitto nazionale, dove sono morti tre giovani: Luigi Cellini, 15 anni, originario di Trasacco (L’Aquila), Ondreiy Nouzovsky, 17, e Marta Zelena, 16, entrambi della Repubblica Ceca. Un quarto giovane rimase invece gravemente ferito.
Mentre la famiglia di Cellini si è costituita come parte civile, affidandosi all’avvocato marsicano Antonio Milo, i familiari delle vittime ceche hanno preso la decisione di non partecipare al processo, non costituendosi e chiedendo solo notizie di tanto in tanto tramite il loro tramite in Italia, la professoressa di musica aquilana Elena Chiodi.
Gli avvocati della difesa, in particolare Paolo Guidobaldi, che difende Berzi, hanno annunciato l’intenzione di “procedere a una lista lunghissima di testi”: si parla addirittura di 450 persone da indicare come testi del dibattimento.
Per quanto riguarda il risarcimento danni alle persone offese, sono stati indicati la Provincia e il ministero dell’Università.
LA MAMMA DI LUIGI: ”ASPETTO IL PROCESSO, RESPONSABILI PAGHINO”
L’AQUILA – “Non vedo l’ora che arrivi il 28 gennaio, conterò i giorni. Sarò in aula e sarò presente fino all’ultimo minuto del processo”.
Lucia Catarinacci è più che mai determinata ad accertare la verità sulla morte di suo figlio, Luigi Cellini, 15 anni, una delle tre vittime del crollo del Convitto nazionale il 6 aprile 2009.
La signora Lucia non si è persa un attimo di tutte le udienze preliminari. Oggi è dovuta andarsene a metà dell’udienza-fiume per motivi personali, e ha saputo del rinvio a giudizio dal suo legale, Antonio Milo.
“Sono contenta per questa decisione – commenta – le cose si stanno mettendo bene grazie al pubblico ministero, che ha detto cose giuste e vere, al contrario di quello che dicono loro, che si devono difendere, ci mancherebbe”.
“Loro” sono i due imputati, il dirigente della Provincia Vincenzo Mazzotta e il preside del Convitto, Livio Bearzi.
“Questo rinvio a giudizio – ammette però amaramente la madre di Cellini – non risolve la mia situazione: mio figlio non me lo ridà nessuno, ma ho sempre detto che se ci sono responsabili per quello che è successo, è giusto che paghino”.
Secondo la donna le responsabilità sono principalmente del preside. “Il dirigente scolastico – afferma – è responsabile in prima persona. C’erano state la scossa delle undici e mezzo e quella dell’una e un quarto, prima di quella micidiale delle 3.32. C’era tutto il tempo per fare qualcosa, e non solo quella sera. Le scosse erano cominciate da sei mesi e lui era informato di tutto. Sapeva che il Convitto era inagibile e pericoloso”.
È mancata insomma la prevenzione, la cautela. “Se ci avesse telefonato, lasciando prendere a noi genitori le decisioni – spiega la Catarinacci – avrebbe fatto già tanto. Invece ha consentito ai maggiorenni di andarsene, lasciando i minori nelle camere, loro che invece andavano tutelati più di tutti”.
“Mio figlio – ricorda la signora Lucia – l’ho rivisto dentro la bara con le scarpe che aveva la domenica quand’era partito. Come fai tu rettore a metterti a letto, sapendo che i ragazzi hanno dormito con le scarpe?”.
Bearzi, conclude la donna, “si è dimostrato non all’altezza di quel ruolo, ma a un anno e mezzo dalla morte di mio figlio continuano a farglielo fare”.
AVVOCATO GUIDOBALDI: ”BEARZI NON E’ RESPONSABILE, CHIAMERO’ 450 TESTIMONI”
L’AQUILA – “Come ho detto quando la Cassazione ha bocciato lo spostamento del processo a Campobasso, le decisioni del giudice non si discutono, ma si applicano”.
È sereno Paolo Guidobaldi, avvocato di Livio Bearzi, preside del Convitto nazionale, che oggi è stato rinviato a giudizio dal Giudice per l’udienza preliminare, Marco Billi, con l’accusa di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni gravi.
Sereno, ma battagliero, in vista del processo del prossimo 28 gennaio, tanto che, annuncia “chiameremo 450 persone a testimoniare”.
“La responsabilità di un crollo – afferma Guidobaldi – non si può attribuire a due sole persone. Il dirigente scolastico, poi, non ha competenze di spesa e neanche personalità giuridica: si occupa del personale, dell’insegnamento, ma non paga gli stipendi e certamente non si occupa di manutenzione. Insomma, non ha potere se non scolastico: è il vecchio preside, un po’ modificato”.
Quanto alla strategia difensiva e alla mole di persone che ha annunciato di voler chiamare come testimoni della difesa, Guidobaldi spiega che “tante persone non si aspetteranno la chiamata, soprattutto nomi noti. Anche esponenti politici e istituzionali – spiega – che dovranno spiegare tantissime cose a chi di dovere”.
Guidobaldi non vuole polemizzare sulla mancata rimessione del processo al giudice di Campobasso come chiesto nel ricorso presentato alla Suprema Corte. “Avevamo evidenziato – sottolinea semplicemente – un clima difficile all’Aquila: siamo tutti uomini, e forse un terremoto che resterà negli annali tanto sereni non lascia”.
Il legale comunque resta fiducioso. “Sono sempre fiducioso. Anche perché – conclude – la magistratura sta facendo il suo lavoro e non posso che compiacermene”.
AVVOCATO MILO: ”CONFERMA FONDATEZZA DELLE INDAGINI”
L’AQUILA – “Benissimo, è un passo importante per accertare la verità”.
Commenta così i due rinvii a giudizio per il crollo del Convitto nazionale l’avvocato Antonio Milo, legale della famiglia di Luigi Cellini, una delle tre vittime.
“È la conferma – aggiunge – della fondatezza e della correttezza delle indagini del pubblico ministero, sulle quali noi non abbiamo mai avuto dubbi. Siamo a buon punto nell’accertamento della verità”.
Milo è soddisfatto anche per la vicinanza della data del processo, il 28 gennaio. “Prima sarebbe stato difficile, va bene così”.



