L’AQUILA – Centralini in protesta per salvare il posto di lavoro.

Oggi è la giornata di sciopero nazionale degli operatori di call center indetta da Cgil, Cisl, Uil e Ugl che si concluderà con una “notte bianca”.

La manifestazione partirà da piazza della Repubblica a Roma e arriverà a piazza del Popolo, dove sono stati invitati a partecipare esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile e della politica. 

Una protesta che corre lungo tutto lo Stivale e investe anche l’Abruzzo, dove molte aziende chiedono di salvaguardare il settore e scongiurare il rischio della delocalizzazione.

“Abbiamo pensato a qualcosa di diverso per avere una maggiore visibilità e per puntare i riflettori sulla situazione dei lavoratori dei call center”, ha dichiarato ad AbruzzoWeb Marilena Scimia, segretaria abruzzese di Slc-Cgil e dipendente del call center Ecare dell’Aquila, uno di quelli che soffre maggiormente la crisi lavorativa.

Dunque, dopo la prima mobilitazione dello scorso 4 giugno, i lavoratori sono pronti a scendere nuovamente in piazza. 

“Lo sciopero non è contro le aziende – sottolinea Scimia – ma contro il governo che non vuole mettere mano a questa grave situazione. Chiediamo una normativa che garantisca gare d’appalto conformi al contratto nazionale delle telecomunicazioni”.

“In Abruzzo i call center principalmente interessati da questa situazione sono quelli della provincia dell’Aquila. Nelle altre province, infatti, la maggior parte dei lavoratori ha contratti a progetto o a chiamata – ha spiegato la segretaria – Nei 7 call center che si trovano all’Aquila, ad Avezzano e a Sulmona, siamo circa 2.000 lavoratori interessati da questa situazione. Sono già stati organizzati 3 autobus che ci porteranno a Roma per partecipare a questa importante manifestazione”.

Saranno molti i lavoratori che parteciperanno allo sciopero anche dall’Ecare dell’Aquila, sito a rischio ridimensionamento a causa della scadenza della commessa Teletu prevista per gennaio prossimo.  

Il problema cruciale di questo settore è legato alla modalità di contrattazione sul rinnovo delle commesse. Il criterio principale seguito nelle gare d’appalto per l’assegnazione è quasi sempre quello del massimo ribasso.

“Con questi criteri di selezione la maggior parte delle gare sono vinte da aziende che si presentano con cifre che non tengono minimamente conto del contratto nazionale delle comunicazioni – ha continuato Scimia – Con le gare al ribasso si agisce unicamente attraverso la compressione di salari e dei diritti in modo da garantire al committente il prezzo più vantaggioso, scaricando però i costi sui cittadini, che con le tasse pagano gli ammortizzatori sociali, e sui lavoratori”.

Per abbattere il più possibile i costi delle aziende, la scelta di molti diventa quella di delocalizzare in Paesi in cui il costo del lavoro è decisamente più basso. 

Durante la giornata di mobilitazione, spazio a una raccolta firme per inviare una lettera alla Commissione europea. I sindacati, infatti, vogliono denunciare la violazione da parte dell’Italia degli obblighi derivanti dal recepimento della direttiva europea 2001/23.

L’obiettivo è quello di superare le 10.000 adesioni in modo da chiedere al presidente della commissione europea un intervento sulla materia. 

“La normativa italiana – spiega ancora – in modo del tutto ingiustificato rispetto alla legislazione europea, ha creato uno spazio aperto all’arbitrio e alla corruzione nell’ambito della disciplina delle vicende circolatorie dei beni e dei servizi in relazione ai rapporti di lavoro. L’appalto è, infatti, sottratto alla disciplina prevista all’articolo 2112 del codice civile, disciplina  che garantisce, in occasione di qualsiasi tipo di ‘mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata’, la continuità dei rapporti di lavoro e i diritti che ne derivano”.

Il vuoto normativo presente nell’ordinamento italiano, invece,  dà la possibilità nella successione degli appalti di cambiare fornitore e lasciare disoccupate migliaia di persone.

“In tutti gli altri Paesi europei la successione e il cambio di appalto è gestito attraverso tutele occupazionali, che nascono dalla direttiva europea, pensate proprio per tutelare i lavoratori, il loro salario e i loro diritti nel cambio di fornitore – ha concluso Scimia – cosa che in Italia non accade”.