L’AQUILA – “Quasi tutte le Regioni hanno il garante dei detenuti, abbiamo nominato anche il garante nazionale. Il ritardo che si registra in Abruzzo lascia perplessi”.

La tirata di orecchie alla politica regionale è arrivata nientemeno dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, a margine della sua recente visita all’Aquila.

E in effetti, la vicenda abruzzese ha del clamoroso: è oramai da più di un anno che è impantanata in Consiglio regionale la nomina della figura che dovrà farsi garante dei diritti e delle condizioni di vita delle persone rinchiuse negli otto istituti penitenziari abruzzesi, ma anche negli istituti penali per minori, negli ospedali psichiatrici giudiziari, nei centri di accoglienza per migranti, nelle strutture sanitarie sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio.

Questo perché, a seguito della legge regionale 35 del 2011, che porta la firma di Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista, e di Ricardo Chiavaroli di Forza Italia prevista per l’elezione del Garante dei detenuti la maggioranza dei due terzi dei voti. Si deve arrivare a quota 21 e non bastano, dunque, i soli 17 voti della maggioranza canonica.

Ma sui banchi dell’opposizione sia il Movimento 5 stelle, 5 voti, che Forza Italia, 5 voti, e Abruzzo futuro, 1 voto, non ne vogliono sapere di convergere sulla candidata Rita Bernardini dei Radicali italiani, fortemente perorata dal centrosinistra e, in particolare, dal presidente della Regione, Luciano D’Alfonso. Pronti a votare la Bernardini nell’opposizione ci sono, è vero, Giorgio D’Ignazio del Nuovo centro destra, e Leandro Bracco di Sinistra Italiana, ma mancherebbero all’appello ancora due decisive preferenze.

La nomina viene così, oramai, inserita all’ordine del giorno di ogni Consiglio e poi regolarmente rinviata alla seduta successiva.

Per uscire dall’imbarazzante impasse, due sono le strade possibili: ritirare la candidatura della Bernardini o modificare la modalità di voto, prevedendo la maggioranza semplice.

La prima ipotesi è assai improbabile, perché a questo punto per il centrosinistra la candidatura di Bernardini è diventata una questione di principio. Lo stesso ministro Orlando l’ha definita “un’ottima candidatura”, per il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini la sua scelta “sarebbe un bel segnale”.

D’Alfonso è arrivato dire che “la Bernardini non è stata proposta dalla maggioranza, si è proposta da sola, e l’Abruzzo davanti a questo nome doveva organizzare l’inchino”, aggiungendo anche ha “cavallinità platonica per ricoprire quel ruolo, ha in sé il demone interno per questa attività di Garante dei detenuti”, riferendosi all’impegno profuso negli anni dalla Bernardini anche sul fronte delle politiche carcerarie e contro il sovraffollamento degli istituti di pena italiani, quelli abruzzesi compresi, dove negli ultimi anni sono stati 8 i casi di suicidio, 31 di tentato suicidio e 118 di autolesionismo.

Parole quelle del presidente, che difficilmente, per la loro perentorietà, possono essere ora rimangiate.

Il centrodestra, però, la candidatura la vede come un’ennesima imposizione della maggioranza e ne fa una questione di metodo. Falliti tutti i tentativi di trovare un accordo, di cui si sono fatti promotori D’Ignazio e il sottosegretario alla Giustizia e coordinatore Ncd regionale Federica Chiavaroli.

Fatica sprecata anche quella di provare a far cambiare idea al Cinque stelle: la Bernardini ha condanne penali, a seguito delle azioni di disobbedienza civile al fianco delle scomparso leader radicale Marco Panella, per perorare la causa della legalizzazione delle droghe leggere. Per gli inflessibili pentastellati non ha, dunque, la fedina penale pulita e non può ricoprire incarichi pubblici.

Non resta allora tornare al piano B, e cambiare la modalità di voto, tenuto conto che criteri così stringenti non si adottano nemmeno per l’elezione del presidente della Repubblica: nei primi tre scrutini è richiesta infatti la maggioranza di due terzi della assemblea, dal quarto, però, è sufficiente la maggioranza assoluta, ovvero la metà più uno dell’assemblea.

In fondo la modifica della norma, al contrario, potrebbe passare con il voto della sola maggioranza. E a quel punto lo stesso centrosinistra, rinforzato sicuramente dal voto di D’Ignazio, potrebbe, dopo 6 anni di vana attesa, dotare anche l’Abruzzo del suo garante.