L’AQUILA – Questa non passerà mai.

Come non passeranno mai le altre, ovviamente: Gualdo Tadino, Sassari Torres, due fallimenti in dieci anni, l’Eccellenza.

Non passerà mai, perché mai ci era capitato di prendere gol mentre festeggiamo, con le spalle rivolte al campo, l’accesso a una finale.

E pensare che per due ore, a “quiju” nessuno degli ottocento aquilani al “Lungobisenzio” di Prato aveva pensato.

Non era nei nostri pensieri, su. Non era nei pensieri di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, non era nella mente di chi l’ha dovuto imparare a memoria dagli altri e dalla polvere degli altri perché troppo lontano, come chi scrive.

Sugli spalti di legno fradicio e tubi arrugginiti dello stadio di Prato c’erano ottocento aquilani. Non il terremoto.

E questo, signori, va detto con orgoglio.

Entrando nel settore ospiti, non si può non restare colpiti dalla muraglia rossoblù. Tutti lì, ad aspettare un premio che manca da troppo tempo. Ottocento, forse anche qualcosa in più.

Si respira l’aria di sempre, l’aria che ti appartiene. Quello lì non ce l’ha portata via. “Quiju”, l’aria nostra non l’ha potuta toccare.

L’aria di una semifinale playoff, comunque di una partita che segna la tua storia. La sera ripasserai allo stadio, ti siederai a chiacchierare e a goderti la brezza primaverile. L’aria di sempre, sì.

Sullo sfondo quel disastro non c’è e, se proprio deve esserci, fai fare a noi, tocca a noi toglierlo di mezzo. Qualcuno ci prova con la politica, qualcuno coi calci a un pallone.

Così va avanti il genere umano. Dando da mangiare alla memoria e tenendo duro quando la memoria è l’unica ‘persona’ con cui si rischia di passare il resto dei giorni.

Così abbiamo fatto noi ieri, in Toscana. Non ce ne voglia nessuno, è solo un gioco. D’accordo, è solo un gioco.

Però, ieri ognuno di noi presenti s’è straziato le corde vocali per urlare il nome di una città, non solo il nome di una squadra.

Il nome di una città listata a lutto che sta cercando di ritrovare i propri colori tra le macerie, rispettando il ricordo di chi non c’è più e di chi ha perduto figli, genitori, parenti, amici e conoscenti. Tutti noi.

Allora, prendiamoci pure questa beffa. Mettiamola nella valigia insieme alle altre “sòle”.

E non scordiamoci mai, dico mai, che presto o tardi dovremo tornare a straziarci le corde vocali per un’altra partita del genere.

E per cacciare via “quiju”, magari con il megafono di Piffio prima sequestrato, poi restituito durante l’intervallo ai tifosi che lo reclamavano in aquilano.

Tanto, quatra’, questa non passerà mai.