L’AQUILA – L’inchiesta “Adriatico” che ha portato a sgominare il primo clan camorristico sul litorale chietino, con l’arresto di 29 persone, si basa su rivelazioni dei coniugi Lorenzo Cozzolino, 44 anni, originario della provincia napoletana, e della moglie, Italia Belsole (30) anch’essa dell’hinterland napoletano, che hanno deciso di collaborare con le direzioni distrettuali Antimafia dell’Aquila e di Napoli dopo essere stati arrestati nel febbraio 2012 nell’ambito dell’operazione dei carabinieri di Chieti “Tramonto”, con 63 indagati accusati, tra l’altre, di traffico di droga e detenzione di armi.
Nell’ambito di questo blitz i due figurano tra gli indagati proprio per la collaborazione con la giustizia: marito e moglie erano a capo del clan camorristico infiltratosi in provincia di Chieti, Lorenzo è figura apicale di una fazione scissionista del clan Vollaro di Portici (Napoli), sua moglie è figlia del defunto Attilio Belsole, altro esponente di spicco dello stesso clan.
Con le loro dichiarazioni, secondo i magistrati verificate, hanno permesso a inquirenti e investigatori di “operare una rilettura di numerosi fascicoli processuali, trattati precedentemente dalle procure ordinarie per reati minori, consentendo una più ampia visione del fenomeno criminale”, arrivando a collegare l’attività criminosa degli ultimi dieci anni e stabilire la presenza nella provincia di Chieti di un’organizzazione camorristica.
Una realtà criminale che si comportava come un vero e proprio clan mafioso, fatta di abruzzesi e personaggi della provincia napoletana affiliati alla camorra che sono fuggiti dalle pericolose faide interne nel territorio d’origine.
In provincia di Chieti in dieci anni hanno conquistato le piazze più importanti per lo spaccio degli stupefacenti “con modalità tipicamente mafiose di affermazione sul territorio, attraverso il sistematico ricorso alla violenza, ad attentati dinamitardi, conflitti a fuoco, pestaggi e altre forme di intimidazione, perpetrate sia all’interno del sodalizio, per consolidare le gerarchie interne, sia all’esterno per estendere la propria supremazia”.
Come nelle vere organizzazioni, secondo quanto si è appreso dalle carte dell’inchiesta coordinata dalla Dda dell’Aquila, il clan provvedeva al “sostentamento degli affiliati detenuti e dei loro familiari, di cui l’organizzazione si faceva carico disponendo alternativamente la cosiddetta ‘settimana’ o cancellando eventuali debiti contratti”.
Importante anche la disponibilità di “armi da fuoco a volte utilizzate con estrema disinvoltura anche in luoghi pubblici molto frequentati, con i conseguenti rischi per l’incolumità dei passanti”.
A tale proposito, nel corso delle indagini, a riscontro delle affermazioni dei coniugi Cozzolino, sono stati trovati, nascosti in un casolare di proprietà di un appartenente all’organizzazione, alcuni silenziatori di fabbricazione artigianale, giubbotti anti-proiettile, lampeggiatori del tipo in dotazione alla forze dell’ordine e manette prive di matricola.
Per quanto riguarda la droga, venivano utilizzati diversi canali, sia nazionali sia esteri, di approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, con “contatti mantenuti dal Cozzolino con referenti calabresi e con noti narcotrafficanti di cocaina stanziali in Olanda e Germania”.



