L’AQUILA – Il difensore dell’Aquila Calcio stende il centravanti avversario con una scivolata un po’ troppo plateale. È fallo netto, ma qualcuno dal pubblico di casa non è d’accordo. Un anziano si alza di scatto e grida, rivolto al giocatore dolorante: “Alle aquile! Portatelo alle aquile!”.
I ragazzini di oggi non capiscono quell’improperio, ma fino a 25 anni fa l’esclamazione aveva senso, e molto: a pochi passi dallo stadio “Tommaso Fattori” c’era una gabbia di ferro che fino al 1990 aveva all’interno due aquile vere, e l’invito poco elegante era a portare via quel centravanti infortunato e farne cibo per i rapaci carnivori!
A parlarne ora sembra impossibile, è una crudeltà autentica pensare di contenere dentro una prigione di acciaio di 10 metri per 10 dei rapaci che, in libertà, controllano un territorio tra i 40 e i 180 chilometri quadrati.
Eppure le aquile all’Aquila ci sono state praticamente da sempre, non deve ingannare e far pensare solo al ventennio la simbologia fascista che richiamava quelle dorate dell’impero romano.
La presenza certificata risale, infatti, a molto prima: è di 100 anni fa il primo preventivo per costruire una gabbia nella zona di Porta Napoli, e comunque in quel documento si fa riferimento ad animali che da tempo languivano addirittura nei canili della Lauretana.
A partire dal 1935 ci fu invece lo spostamento nella zona che oggi anziani ma anche qualche trentenne ricordano, di fronte alla piscina comunale di viale Ovidio: una strada ora non più esistente per colpa di un prodigio negativo del Comune, ma che all’epoca era un’imponente via d’accesso al centro alternativa a viale Gran Sasso. Non a caso nelle cartoline dell’epoca veniva indicata con il nome di viale delle Aquile.
Ma non basta. Andando più indietro nel tempo, emergono tracce di questi animali tenuti in cattività in pieno centro cittadino addirittura nel Cinquecento.
Nel frammento di una raccolta del 1566, intitolata De rege formationis, una specie di Consiglio comunale dell’epoca con oltre 100 partecipanti dispone di acquistare “il casalino della chiesa di San Benitto dinanzi a Corte per metterci l’aquile” e autorizza la spesa di 28 ducati, “ché tanti ne vuole il priore”.
La Corte a cui si fa riferimento era, con estrema probabilità, quella del Magistrato, posizionata all’epoca nelle vicinanze dell’attuale distrutta sede municipale di palazzo Margherita. La chiesa di San Benitto non risulta invece nelle carte e documenti principali: probabile quindi fosse un edificio religioso minore di cui si sono perse le tracce e che si trovava in quei paraggi.
Fu quindi acquistato un casalino, una sorta di casupola, e lì furono piazzate le aquile: non è un caso, indizio che resta ancora oggi, che la via che costeggia il Municipio e che negli anni Novanta ospitava un noto bar si chiamasse e si chiami tuttora via delle Aquile.
Nei documenti dell’Archivio di Stato alla gabbia è dedicato un intero faldone che contiene una cronologia con qualche buco, ma comunque molto più esaustiva rispetto a tutto il materiale reso noto fino a oggi e che AbruzzoWeb propone ai suoi lettori.
Tutto comincia il 2 maggio 1914, quando l’ufficio tecnico comunale stila un preventivo per la realizzazione di una gabbia che “sarà situata nell’interno di uno dei bastioni delle mura della città che cingono la contrada Campo di Fossa vicino Porta Napoli”, per un totale di 772 lire e 25 centesimi.
Il 4 giugno si riunisce il Consiglio comunale presieduto dal primo cittadino, l’avvocato Berardino Marinucci. L’assessore Carlo Chiarizia, che nel 1948 diventerà il primo sindaco dell’era repubblicana, in quella sede ricorda come “il Comune abbia sempre mantenuto l’allevamento delle aquile, uccello simbolico, dal quale la città nostra trae il suo nome”. Anche se oggi questa origine viene messa in dubbio e si pensa che “Aquila” nasca da “luogo delle acque”.
La Giunta dispone la costruzione della nuova ‘casa’ per i volatili per “ritoglierle dai canili esistenti presso l’ex monastero della Lauretana” e “metterle in un luogo meglio adatto, e più esposto alla vista di tutti”. La spesa viene ratificata unanime e “senza discussione” e il 13 giugno viene spedita comunicazione al prefetto.
Dieci anni dopo, 26 agosto 1924, viene stilato un altro preventivo dell’ufficio tecnico per la costruzione di una nuova gabbia che comprende, oggi farebbe inorridire gli esperti di arte, anche la “demolizione delle mura di cinta della città” per ospitare il manufatto. Il costo è molto più alto della prima, 3.811 lire e 11 cent.
C’è anche un elaborato grafico che distingue la primissima gabbia dalla nuova, a dire il vero un po’ più piccola.

A dare la stura allo spostamento della gabbia nella parte opposta della città è, comunque, un episodio imprevisto. Tre anni dopo, infatti, sulla scrivania del podestà, Adelchi Serena, viene recapitata una lettera, cordiale ma pungente, di Giuseppe Taccioli, presidente dell’Associazione zoofila lombarda.
“Il Comune tiene racchiuse in una angustissima gabbia due magnifiche aquile quale simbolo della città – scrive l’animalista milanese il 20 dicembre 1927 – Dato il sito spaziosissimo ove tale gabbia è collocata, e precisamente alla Barriera di Collemaggio, non sarebbe possibile dare ad esse una più degna sede e soprattutto più rispondente a criteri di umanità?”. Saluti fascisti eccetera.
Una settimana dopo, il giorno dopo Natale, a Milano arriva la risposta ufficiale, in una lettera manoscritta, del primo cittadino: “Sono lieto di comunicarle che è allo studio il progetto di trasferirle in sede più adatta”, assicura a Taccioli.
Ma al responsabile del servizio veterinario che, quello stesso giorno, gli propone di spostare i pennuti “in apposito adatto recinto addossato alle mura della Caserma De Rosa”, per renderli “esposti alla vista dei passeggeri che dalla stazione ferroviaria salgono sulla città”, con una scritta in matita rossa sopra lo stesso documento, Serena fornisce una risposta memorabile: “Per adesso abbiamo da pensare all’Aquila, dopo alle Aquile”.
Appena un mese dopo, il 23 gennaio 1928, l’emergenza esplode: il segretario capo scrive una nota in cui evidenzia che “la cittadinanza e principalmente i forestieri che convengono in Aquila deplorano, nel visitare la gabbia delle Aquile, lo stato di abbandono in cui trovasi la zona circostante”. Quattro giorni dopo, l’aggiunta in calce al documento: “La zona è stata sistemata”.
Nel frattempo, negli anni gli esemplari di rapaci tenuti in cattività muoiono e vengono sostituiti, ben lungi dall’interrompere la tradizione: è del 19 luglio 1930 una lettera del podestà che conduce direttamente la trattativa con tale prof. Gagliardi con il quale è netto: “Le comunico che sarei disposto a trattare l’acquisto per prezzo non superiore a L. 100 per ciascuno esemplare”.
La gabbia, dov’è e com’è, comunque, non ci può più stare e, in mancanza di fondi, bisogna attrezzarsi come si può. L’estate dell’anno dopo, il 30 luglio 1931, al podestà arriva una nota del settore Lavori pubblici che alza bandiera bianca dopo aver “studiato la possibilità di trasportare altrove la gabbia”, sempre nelle vicinanze della stazione dei treni.
“Questo ufficio si rivolse anche al fabbro Leonardi perché avesse preventivato la costruzione di una gabbia semplice, ma la somma richiesta fu talmente alta da non permettere di avanzare qualsiasi proposta”, viste anche “le attuali condizioni di bilancio”.
Di qui la soluzione di minima: “procedere alla demolizione dell’attuale gabbia che, decorosamente sistemata e riparata in armonia architettonica della balaustra di recente costruzione, può rimanere dove è attualmente ubicata”. Il preventivo è di 3.100 lire, segue anche il disegno.

Ma ormai sono maturi i tempi per muovere i rapaci. Sempre nel 1931, l’11 agosto Serena chiede all’ingegner Mario Bafile “al più presto un progettino” per spostare la gabbia “da Via XXIV Maggio al costruendo Parco in Piazza Castello”, motivando con “lo scopo di non interrompere la continuità del belvedere e per dare uno sfondo panoramico a via D’Annunzio”, la parallela di viale Crispi che ottant’anni dopo diverrà tristemente famosa per i crolli e le morti del terremoto.
L’operazione però non ha i tempi corti che il podestà voleva, tanto che il 9 ottobre viene emesso un ordine di servizio all’impresa S.a.r.a. per sistemare velocemente la zona, in particolare “sbadacchiare convenientemente lo scavo di fondazione del muraglione” di Porta Napoli.
Si va al 1934, 17 novembre, quando una nota manoscritta della Commissione conservatrice dei monumenti ed oggetti d’arte viene recapitata nell’ufficio del sindaco e chiede di “ripristinare la gabbia delle aquile sotto le mura, testé restaurate, rimpetto all’ingresso della piscina”.
Il presidente di questa Commissione, il barone Giovanni Bozzelli Manieri, suggerisce di sistemarla “propriamente sopra le rocce, le quali rispondono allo scopo. Ciò per far rivivere il ricordo storico e simbolico”. Per Serena è l’uovo di Colombo: il 22 risponde annunciando di aver “impartito ordini precisi affinché venga eseguito quanto richiesto”.
Il preventivo che viene stilato il 30 gennaio 1935 è molto più salato dei precedenti: 11.300 lire, di cui 9.603,74 per i lavori, 927,97 per eventuali imprevisti, 288,11 per la redazione del progetto e 480,18 per direzione, assistenza e contabilità.
Nella relazione allegata al progetto, si fa notare che, dopo l’abbattimento della gabbia vicina a Porta Napoli, “gli uccelli vennero rinchiusi in un locale di ripiego dove vivono tuttora in condizioni poco umanitarie”, e si ricorda la bacchettata della Commissione conservatrice del barone Manieri.
La costruzione viene pensata come “un solo ambiente dell’altezza esterna complessiva di 7,90 metri”, con il fronte principale aperto “orientato a Nord-Nord Est e ciò per il fatto che le aquile debbono vivere riparate dal sole”, finalmente un cenno di premura verso i poveri rapaci imprigionati.
Qualche mese dopo la gabbia è pronta. Al momento non sono disponibili documenti che raccontino della sua inaugurazione ufficiale o di una possibile cerimonia.

Quello che è noto a tutti i cittadini del capoluogo è che lì le aquile trovano una casa angusta ma definitiva fino ai primi anni Novanta, quando il sindaco Enzo Lombardi decreta la liberazione “sul Gran Sasso, anche se erano vecchie e spelacchiate, non credo siano sopravvissute a lungo”, ricorda oggi.
Dopo quel giorno, per anni la gabbia rimane vuota e abbandonata. Fino a quando, nel 2000, non viene annunciato dall’allora assessore all’Ambiente Fabrizio Fiore il progetto di sostituirla con una fontana. Realizzata dalla ditta Catena, costa 51 mila euro e viene inaugurata il 3 maggio 2002 dal sindaco, Biagio Tempesta.
Quattro punti di uscita dell’acqua, le stesse luci di colore giallo, verde, viola che campeggeranno per un po’ anche alla Fontana Luminosa: un’opera carina di notte, ma che non riesce a sostituire il potere evocativo, pur negativo che fosse, della gabbia, rimasta fino alla fine un vero e proprio spauracchio per i bambini che passavano di lì, timorosi quasi che le aquile potessero risorgere all’improvviso e ghermirli.
Con il terremoto di quasi 5 anni fa, la zona cade in abbandono. “Quale sarà il suo destino? È la prima volta che mi ci fanno pensare – ammette a questo giornale un altro successore di Serena, Massimo Cialente – Probabilmente resterà così, se ci si farà una nuova fontana dovrà essere più bella”.
E le aquile che fine hanno fatto? Oggi in gabbia non ci sono più. Ben 8 coppie volano sui cieli del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Cacciano, si riproducono e osservano dall’alto la città che si chiama come loro. E sono libere.
Si ringrazia per la ricerca storica e archivistica Eleonora Marchini






