L’AQUILA – Se ne è andato di Sunday Morning, proprio come una delle sue canzoni più belle. Lou Reed, uno dei pilastri del rock americano, si è spento ieri all’età di 71 anni.
E se si pensa a lui come un uomo tutto d’un pezzo, duro, puro e senza cuore, beh, ci si sbaglia alla grande. Perché non si possono scrivere i suoi testi e cantare le sue canzoni senza avere un animo da fanciullo e un grande cuore.
Lou Reed è venuto in Abruzzo a portare la sua voce, pungente e cristallina, ben due volte: nel 2006 a Teramo e due anni fa a Pescara.
AbruzzoWeb lo ricorda insieme all’organizzatore di concerti Eder, all’anagrafe Emiliano Di Serafino, uno dei più grandi fan del cantante, che seguendo la sua passione, sette anni fa l’ha portato proprio a Teramo.
“Quando ieri ho saputo che era morto – racconta Eder – la prima cosa che mi è tornata alla mente è stata la telefonata ricevuta dai suoi agenti che mi confermavano che Lou Reed sarebbe venuto a suonare in città. Un’emozione senza pari”.
Le sue canzoni sono state la colonna sonora della sua vita e quella telefonata non ha rappresentato solo l’obiettivo raggiunto, ma anche uno step importante della sua esistenza come uomo e la realizzazione di un sogno.
Sold out due mesi prima, a sole tre ore dalla messa in vendita. Il 5 marzo 2006, al teatro comunale di Teramo c’erano oltre mille persone in fila per vederlo.
“Èarrivato alle 5 di pomeriggio a bordo di un Suv, scortato da altre auto. Si è andato a preparare subito e io ho preferito non disturbarlo – spiega – L’ho incontrato nel suo camerino poco prima che salisse sul palco, insieme ad altre persone, siamo rimasti soli neanche due minuti, il tempo di chiedergli come fosse andato il viaggio, se fosse tutto a posto e ricevere la sua risposta, che non dimenticherò mai: ‘Good job, man!’ (Buon lavoro, ndr)”.
“Abbiamo parlato poco, gli artisti vanno rispettati prima e dopo il concerto”. Tre parole, poche, pochissime, ma che non hanno deluso le aspettative di Eder, che sono valse “tutti i miei sforzi”.
“Solo il fatto di vederlo materializzarsi a Teramo è stata un’emozione incredibile – continua a ricordare – sembrava fosse arrivato un alieno”.
Lou Reed, una vita spesa a cantare New York, con le sue ombre e le sue contraddizioni che solo un animo nero e sensibile può sentire sulla pelle.
Era nato a Brooklyn 71 anni fa e lo scorso aprile, a Cleveland, aveva subito un trapianto di fegato.
Ma il dolore lo conosceva già da tempo, dall’adolescenza, con il trauma dell’elettroshock, utilizzato per “curare” una tendenza bisessuale. Ma “nel 2006 stava bene, venne in Europa perché stava facendo il Winter Rock tour e aveva partecipato alle Olimpiadi Invernali di Torino”, spiega ancora Di Serafino.
“Quello che mi è rimasto più impresso di lui? Che era una persona molto semplice – risponde sfatando il mito secondo il quale ogni artista che calca la scena mondiale perde l’animo sensibile – tutti i grandi come lui hanno la semplicità insita, si vedeva dallo sguardo che rivolgeva, traspariva da ogni suo movimento, è stato un uomo senza tempo, al di là del momento”.
“Quando uscì da dietro le quinte e iniziò il concerto mi resi conto che uno dei miei sogni più grandi e che credevo irrealizzabile si stava concretizzando – prosegue – Si sono materializzati mesi di duro lavoro e anni di passioni. Sembrava impensabile che potesse venire, alcune persone non avevano neanche comprato il biglietto perché non mi credevano”.
Ma lì, davanti a quel migliaio di persone, e nonostante il sold out, una poltrona, vuota: “per tutti i miei amici che, se fossero stati in vita, in quel momento sarebbero stati lì accanto a me a vedere il concerto”.
E poi i volti e le emozioni dei presenti che non smettevano di ringraziarlo. “Vedere la gente emozionata come lo ero io – dice – è stata un’emozione che non avrei mai pensato di provare. Perché in quel momento io non ero più l’organizzatore ma uno di loro, un fan sfegatato che realizza un sogno più grande di lui”.
Ieri mattina il mondo non ha perso solo un cantante, ma anche un osservatore in grado di raccontare con crudezza e realismo le storie della vita quotidiana, che non si preoccupa di parlare di cose belle o di volere il consenso delle folle, non gli interessa.
“Ieri è morto un cronista della vita”, conclude Eder.



