PRETORO – Majella misteriosa, il luogo del brigantaggio.
La storia del brigantaggio in Abruzzo è fitta di nomi ed avvenimenti. Presenta una trama complessa, alla cui base c’è la miseria che ha condotto a una vera e propria rivolta, ed è studiata e analizzata ancora oggi. È stata la natura aspra e selvaggia a favorirne la diffusione in zona montana ed il connubio tra il brigantaggio, e dunque la storia, con la natura stessa, incuriosisce molto.
Fabrizio Fanciulli, abitante di Pretoro, in provincia di Chieti, sta dedicando la sua vita, per amore, alla valorizzazione della Majella Orientale di cui è un grande conoscitore.
Fanciulli continua a consacrare le sue ricerche alla ricostruzione della storia del brigantaggio grazie agli innumerevoli segni che il fenomeno ha lasciato, ed è riuscito a cogliere gli aspetti di questo fenomeno osservando direttamente la montagna con cui egli comunica in modo spontaneo.
Attraverso il recuperi di carte documenti e grazie ai segni lasciati sulla roccia volutamente ai posteri proprio per tramandarne la storia, Fanciulli non perde mai l’occasione di coinvolgere gli altri nelle sue ricerche ed ha una grande convinzione.
È stata proprio la sua amata Majella ad offrire riparo ai briganti che avevano bisogno di nascondersi nei posti in cui pochi si sarebbero avventurati per cercarli, mettendosi in pericolo.
Fanciulli, perché ha scelto di occuparsi di questa storia?
Sin da bambino sentivo dire da mio nonno, che ovviamente viveva a Pretoro, che la nostra Majella era stata un rifugio per i briganti. Inutile dire che da ragazzini i genitori per far spaventare i figli dicevano “mo cal li brigant’,(‘adesso scendono i briganti’), minaccia che ancora adesso viene utilizzata, proprio perché la figura del brigante è sempre stata associata all’immagine dispregiativa di un uomo che non conosce regole ed è pronto a travolgere tutto e tutti con la sua forza. Basti pensare che lo stesso termine “brigare” da cui deriva “brigante”, indica il “fare” o “lavorare insieme”, il lavoro fatto di gruppo è un lavoro impetuoso.
C’è qualche aspetto che nella sua vita ha favorito questo interesse professionale per il brigantaggio?
Negli anni ho girato, esplorato ogni angolo della Majella Orientale ripercorrendo anche i sentieri che oggi vengono definiti appunto “dei briganti” e che si sviluppano da Pretoro passando per le carbonaie, antica fonte di reddito per i pretoresi, qualcuna ancora presente nel bosco e che mostra una delle più belle faggete da visitare, fino ad arrivare alla famosa “Tavola dei Briganti” che si trova a 2100 metri. Si tratta di una terrazza panoramica in pietra dove si possono leggere ed ammirare incisioni lasciate da briganti e da pastori, per loro era come un punto di ritrovo quel posto. Quando con gli amici decidiamo di fare delle passeggiate, scherzosamente ci chiamiamo “briganti”; è una realtà storica che sentiamo molto sul nostro territorio. La più significativa incisione recita: “Leggete la mia memoria per i cari lettori. Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele II Re d’Italia, primo il ’60 era il regno dei fiori ora il regno della miseria”. Sono talmente affascinato dall’argomento che mi sto molto dedicando alla ristrutturazione della casa a Pretoro lasciata in eredità da mio nonno, al cui interno c’è una camera chiamata “Santi”, dedicata agli Eremi della Majella ed una dedicata ai “Briganti”, sulla roccia della quale sono state riportate le incisioni lasciate sulla Majella. E questa struttura ricettiva, in cui potrò anche tenere una piccola lezione introduttiva ai turisti o a coloro che sono appassionati dell’argomento, si chiamerà appunto “Santi&Briganti”, in onore di queste due importanti realtà che caratterizzano questa zona della Majella. Un ‘matrimonio’ perfetto.
Cosa è stato davvero il brigantaggio? E cosa lo ha scatenato secondo lei?
Il brigantaggio, in realtà, è nato come opposizione all’unità d’Italia: venivano introdotte tasse e tolti figli maschi ai contadini, figli maschi che in realtà per le famiglie contadine rappresentavano una vera forza lavoro e venivano fatti arruolare all’esercito. Nel territorio del Chietino, la prima vera e propria banda fu quella di Nunziato Mecola, contadino di Arielli: era il dicembre 1860 quando formò un esercito di straccioni spinti dalla miseria per favorire il ritorno di Francesco II sul trono di Napoli.
Da grande conoscitore dell’argomento crede che sia davvero il 1861 la data d’inizio di questo fenomeno, oppure pensa che sia possibile trovare delle date antecedenti?
Fu sicuramente il 1861 la data che ha scatenato il brigantaggio. Credo molto alle incisioni ritrovate sulla “Tavola dei Briganti” e che riportano in modo inconfutabile questo periodo.
Potrebbe esserci una specifica spiegazione alla diffusione del brigantaggio in Abruzzo?
Certo. Il fenomeno del brigantaggio in Abruzzo è stato molto lungo ed intenso probabilmente favorito dalle caratteristiche della nostra regione, ancora una volta mi trovo a dire che la natura è stata complice dello spontaneo decorso della storia. Non dimentichiamo che la Majella presenta sentieri, grotte e rupi di difficile accesso anche oggi con un’adeguata segnaletica, motivo per cui i briganti si sentivano sicuri. La fittissima ‘mugheta’ presente sulla Majella, per esempio, è una delle più fitte d’Europa. Per i briganti poteva diventare un nascondiglio perfetto. La Majella impervia è luogo ideale per nascondersi e fuggire” ed i briganti sfiniti ma senza paura avevano bisogno soprattutto di una ‘culla’ d’accoglienza all’interno della natura.
Ci fa i nomi dei briganti più famosi della regione?
Quando fu protagonista Pretoro dell’assalto dei briganti, il capo era sicuramente Pasquale Mancini definito il Mercante, di Roccamorice, ma ferito non condusse il saccheggio. Era il 6 giugno 1861, gran parte del popolo pretorese si trovava nella chiesa di San Nicola dove si celebrava il Corpus Domini. Il motto dei briganti era “chi vive?”, la cui risposta all’unanimità doveva essere “Francesco II”, ma non fu così per il nostro concittadino Nicola D’Angelo, che per sua sventura incontrando sulla strada il brigante Angelo De Thomasis rispose “Vittorio Emanuele!”. Un colpo di fucile lo mutilò per sempre ad un braccio e fu cosi punito per la risposta che diede. Sorte peggiore toccò sempre ad un altro nostro concittadino, Giuseppe Di Tiero, ex garibaldino in servizio al corpo di guardia, che dapprima cercò di resistere esclamando “Viva Vittorio!” poi mentre fuggiva uscendo da una porta secondaria si trovò davanti il brigante Nicola Vincenzo De Thomasis che gli sparò a bruciapelo un colpo di fucile in pieno petto, uccidendolo sul colpo. Da lì iniziò il saccheggio di Pretoro: dai fucili nel corpo di guardia alle case dei ricchi fra cui le famiglie Di Sipio, Legnini, Sant’Urbano, Scioli. Un bottino fatto di soldi, oro, soprabiti in castoro, panni di lino, lenzuola ed anche viveri come sacchi di grano, olio, pane e molto altro. Sempre nello stesso anno presero il comando della “Banda della Majella” nel versante orientale, Salvatore Scenna di Orsogna, proveniente dalla banda Mecola di Arielli, e Domenico Di Sciascio, uno dei più terribili e spietati, insieme ai suoi fratelli Giovanni ed Antonio di Guardiagrele. Questi i capi più significativi del nostro versante della Majella tra il 1861 e il 1865. Nel 1864 Giovanni Di Sciascio venne fucilato nella pubblica piazza “Garibaldi” a Guardiagrele, mentre nel 1865 Antonio Di Sciascio perse la vita in uno scontro. Sempre nello stesso anno il temerario Domenico, dopo che era stata fissata una taglia, all’epoca di 4 mila lire, fu assassinato nel sonno dal suo compagno Nicola Colanero, di Castel Frentano, che non esitò ad impossessarsi vigliaccamente della taglia.
Le ricerche sull’argomento non finiscono mai.
Continuo a ‘battere’ quei sentieri che mi hanno davvero istruito, perché sono convinto del fatto che la montagna può rivelarci tanti altri particolari che non sono riportati sui testi. In più, a proposito di testi, mi piacerebbe pubblicare un libro principalmente fotografico sul brigantaggio. Le immagini infatti dicono molto, i libri che ho letto fino a questo momento sono stati sicuramente molto istruttivi ed interessanti ma mettono poco in luce il paesaggio che ha ospitato il fenomeno, uno dei più famosi briganti per me si chiama Majella, ossia la montagna ‘complice’ del fenomeno, stupenda ed intrigante.
Per chi volesse interessarsi, quali sono i luoghi migliori per osservare i segni lasciati dai briganti?
Chi viene sulla Majella non può perdersi i sentieri suggestivi e carichi di storia di ogni epoca, stiamo parlando del brigantaggio, ma in realtà i segni del passato da vedere sono davvero tanti. Sicuramente tutto il percorso che va verso la “Tavola dei Briganti” che si trova oltre il Blockhaus presenta moltissime incisioni. Io e un mio team di esperti della montagna abbiamo deciso di fondare un gruppo “Maiella Trekkers Pretoro”, con il quale proponiamo spesso questo itinerario soprattutto perché molti sono interessati.





