LONDRA – Il suo primo contratto giornalistico risale al 1978. Tempi durissimi per l’Italia. Terrorismo, gambizzazioni, bombe mortali, ‘zecche’ e ‘fasci’ a sbranarsi nelle piazze, nelle strade. Volendo essere terribilmente realisti, non esiste periodo ‘migliore’ per l’ingresso di un giovane nel giornalismo: la morte di Papa Luciani, il caso Aldo Moro. La cronaca. Nera e rossa. L’aria che sa di sangue.

Carlo Paris oggi, e da tempo, è un giornalista sportivo, uno dei volti noti della Rai, tv pubblica con pagamento annuale obbligato. A Londra, segue le Olimpiadi 2012.

Tra una sigaretta fuori da Casa Italia e una chiacchiera con un collega, il 58enne nato ad Avezzano (L’Aquila) e cresciuto a Roma riesce a sedersi dieci minuti per un’intervista al nostro giornale, abruzzese come le sue origini.

Solo che i dieci minuti si dilatano e diventano 20. Potrebbero essere anche di più, ma c’è da registrare, da lavorare per dare al pubblico italiano che non ha la tv a pagamento quel che si può. Nel vecchio stile Rai, prendere o lasciare, piaccia o non piaccia, stile che deve vedersela con la variante moderna, ‘rock’, di Sky e di altre realtà commerciali a pagamento.

I ricordi scorrono veloci ma ben chiari nelle parole di Paris, un uomo fiero delle sue origini marsicane. Origini che all’inizio, nella Roma aperta al mondo e al tempo stesso provincialotta, italianissima nei pregi e nei difetti, non riusciva ad ammettere, quasi volesse tenerle nascoste per timore di un impatto troppo grande con la capitale d’Italia.

Tanti ricordi, tanta gavetta premiata dopo anni nel tunnel del precariato con una carriera che supera la semplice cronaca sportiva di cui Paris si occupa ancora oggi. In mente, fissa, la missione sociale che lui stesso si impone come inviato di un’azienda pubblica che ha molta memoria e tanti, enormi, problemi da affrontare. In mente, insomma, lo sport come momento sociale, come occasione per comprendere, attraverso una sfida su un campo di calcio, o sul parquet di un palazzetto, il mondo e la società in cui viviamo. Sempre con il marchio indelebile che ognuno di noi acquisisce alla nascita. Paris, infatti, è nato in un albergo di Avezzano, accanto all’unica casa rimasta in piedi nel terremoto che cancellò una città e una popolazione nel 1912. Anche per questo, probabilmente, punta molto alle storie da raccontare con la scusa di una partita di pallone. O di un’Olimpiade blindata come London 2012.

Paris, il suo esordio nel giornalismo porta i segni degli anni di piombo.

Sono cresciuto a Tele Lazio, prima tv via cavo in Italia, per la quale non mi occupavo di sport. Un esordio ‘fortunato’, nell’accezione giornalistica del termine. La fortuna di seguire eventi drammatici come il caso Aldo Moro e la morte di Papa Luciani. Facevo cronaca, a quei tempi il terreno era fertile, ma anche pericoloso. Ho visto, purtroppo, diversi cadaveri di quell’epoca così violenta, molti funerali tra giornalisti, magistrati, imprenditori, ragazzi e ragazze legati al mondo dell’estremismo politico. Mi toccò pure la fuga da Roma alla Valle del Salto, si diceva che nel lago della Duchessa ci trovasse il corpo dell’onorevole Moro. Una bufala, o, nel gergo degli anni di piombo, un depistaggio.

La sua prima opportunità, andando più indietro, l’ha avuta al Gazzettino di Roma.

In via del Babbuino, sì. Un’epoca di grande giornalismo, quella dei miei anni giovanili.

Lei ha anche giocato a calcio a livelli discreti.

Da semiprofessionista, come difensore. Tor Sapienza, Lodigiani.

Poi, piano piano, il calcio e lo sport in generale entrano anche nella sua vita giornalistica.

Esatto. Dopo le esperienze per la carta stampata, la Repubblica inclusa, in Rai presi parte al Processo di Biscardi nel 1988. A modo suo e con tutti i distinguo del caso, Aldo Biscardi è stato un grande talento capace come pochi di ‘sentire’ la notizia dove non sembrava che fosse. A Rai 3 condussi un bel programma che ricordo con molto piacere, ‘Roma-Ney York’. Nel ’95 lasciai il Tg3 ed entrai in quella che una volta si chiamava Tgs, oggi Rai Sport.

Quante Olimpiadi ha seguito in carriera?

Iniziai con Seul 1988, da Atlanta 1996 in poi sul posto, comprese le invernali. Questa di Londra? Quella in cui si respira un po’ di paura rispetto alle altre. L’ombra del terrorismo c’è, eppure tutto sembra abbastanza tranquillo.

Lei è un giornalista che ha avuto l’opportunità di farsi strada in un campo sempre più precario. In Rai, dal suo punto di vista, l’ambiente giornalistico segue l’andazzo generale? Si sta chiudendo, anziché aprirsi?

Non credo che in Rai il nostro ambiente si stia chiudendo. Ai miei tempi non c’era neanche la lista dei precari, c’era il ‘Caso Paris’ che si è portato avanti per anni. Nel frattempo, si veniva scavalcati da chi veniva preso grazie ai partiti. Oggi c’è qualche regola in più, senz’altro.

Mentre infuria la battaglia tra tv pubblica  privata, con la Rai in netto svantaggio anche in questo evento di portata mondiale.

La battaglia la Rai l’ha persa sulla pay-tv, sia satellite che digitale, ha davvero perso delle grosse opportunità. Però è sempre la Rai, c’è sempre grande attenzione mediatica su ciò che viene fatto in Rai per via degli ascolti elevati. ‘Piove, governo ladro!’ è il motto con cui si giudica la Rai.

Gli eventi di grande impatto popolare comprati dalle tv private. È questo  il modello unico da qui e per il futuro?

Gli eventi come le Olimpiadi dovrebbero essere trasmessi in chiaro sempre. Sul calcio, è da vedere, ma il ruolo della Rai è deve rimanere diverso da Sky e Mediaset. Un’azienda pubblica dovrebbe occuparsi ancora di più di calcio e sport come elemento sociale, non solo come evento commerciale, con una forma di giornalismo incisivo che altri non possono applicare, perché legati a universi privati. La Rai in questo è ancora una grossa scuola.

Quando ha capito che doveva fare questo mestiere?

Io studiavo medicina, quattro anni alla ‘Sapienza’ di Roma, ma da bambino volevo fare, dicevo, il giornalaio. Non sapevo la differenza, l’ho capita crescendo. In un attimo, ho lasciato tutto e ho scelto la strada del giornalismo in tempi fertili ma difficili, visto che non c’era neanche il riconoscimento del praticantato.

Lei è nato ad Avezzano, accanto a un vero luogo della memoria.

Nell’albergo di mio nonno, a un passo dall’unica casa rimasta in piedi ad Avezzano dopo il terremoto del 1912, nel quale rimase ferito proprio mio nonno, tre giorni sotto le macerie. Il 6 aprile del 2009 la parola terremoto è tornata prepotentemente nel lessico della mia vita. La sera ero a Milano per una partita. Sono rimasto sconvolto. All’Aquila, dopo il terremoto, sono tornato per la nazionale di calcio e poi la scorsa Pasqua. In Emilia, proprio per il ruolo sociale di cui ho già detto, ho curato la diretta degli Europei di Polonia e Ucraina dalla tendopoli di Finale Emilia. Sarà una frase che a qualcuno sembrerà piena di retorica, ma noi giornalisti dobbiamo fare di tutto perché quelle emergenze, che lo sono ancora, non vengano dimenticate.

Londra 2012: chi l’ha colpita di più tra gli altleti?

Aldo Montano, per la sua serenità, tranquillità, era a suo agio anche prima della medaglia di bronzo nella sciabola. Molto forte la pressione sulla Pellegrini e quando c’è troppa pressione, a 23 anni si può sbagliare. Spero riesca a vincere un oro, è una rivincita che merita.

Il suo punto di riferimento in gioventù?

Rino Icardi, grandissimo radiocronista, maestro dei telecronisti Rai: ci diceva che dovevamo far sentire l’odore dei wurstel se eravamo in Germania e del Kebab se ci trovavamo in Turchia. “Se non ci riuscite,  vuol dire che non siete lì’. Il più grande di tutti resta comunque Sergio Zavoli. Ma non posso dimenticare Bruno Pizzul, quello che vedevano e ascoltavano tutti, pure chi non amava il calcio.

Si sente un maestro per le nuove generazioni?

Assolutamente no.

Lei ha viaggiato molto e curato molti documentari. C’è un luogo che le è rimasto in mente con più forza? O un’immagine che la emoziona ancora oggi?

I bambini dei campi profughi dei palestinesi. Non hanno neanche lo spazio per poter giocare. Non è un caso che abbiano organizzato le Palestiniadi, per dar loro modo di giocare a calcio.

I reportage sono sempre stati al centro del suo lavoro di giornalista sportivo e non, al di là delle telecronache e degli interventi in studio e da bordo campo.

Come ho detto prima, la Rai ha il compito di portare sullo schermo il sociale. Mi sono sempre occupato delle storie della gente, di ciò che succedeva e succede nel mondo. È una mia peculiarità. Qui a Londra sono impegnato con Antonio Caprarica, uno che questa città la conosce come le sue tasche, in una bellissima trasmissione, ‘Fuori dai Giochi’, nella quale ci occupiamo delle storie e della storia di Londra.

Pensa sia stato giusto premiare gli azzurri sconfitti 4-0 dalla Spagna nella finale di Kiev del primo luglio scorso?

Certo. Sono arrivati in finale meritatamente con l’apporto di un grande allenatore come Cesare Prandelli. La Spagna si è dimostrata fortissima e noi troppo stanchi, ma possiamo sperare di fare molto bene ai mondiali del 2014 in Brasile.

Prova un po’ di invidia per gli inglesi che si sono potuti permettere l’organizzazione delle Olimpiadi, al contrario di Roma, costretta a dire di no per misure di austerity alla candidatura per quelle del 2020?

Non mi dispiace non fare le Olimpiadi del 2020. Personalmente, anche se con rammarico, dico che non siamo nelle condizioni di organizzarle. È bastata l’esperienza tragicomica di Italia ’90, che ha lasciato una marea di debiti e di stadi inutili, in un classico esempio di malcostume all’italiana. È meglio non farle se non si è capaci. Fermo restando che a organizzare cose così ci si rimettono soldi a prescindere.

Calciopoli non è ancora finita. Questione o ferita, è sempre aperta e tiene banco a distanza di sei anni. Lei ha anche testimoniato al processo penale di Napoli. E adesso ci si mettono pure il calcioscommesse e la gestione all’italiana di un ennesimo scandalo a incendiare l’aria nel nostro Paese.

Sono dei casi italiani. Scandali che mostrano la faccia peggiore del Paese. Allargando il campo e chiamando in causa i partiti, la caduta libera dell’Italia è innegabile. Nonostante la crisi, i partiti ancora litigano per ogni cosa, anziché cercare di lavorare per uscire dal pantano.

Si è parlato molto di un necessario cambio di mentalità nel calcio, come nella politica e negli altri settori della nostra società. Al momento, non è che sia cambiato granché.

Guardiamo la situazione in cui si trova il nostro calcio: non riusciamo però a vederlo come divertimento. Per citare un grande maestro di calcio come Arrigo Sacchi,  la nazione che ama il bello, nel calcio si accontenta. Agli italiani va benissimo una vittoria al ’90 con un gol non valido. Cominciamo a ragionare diversamente, nel calcio come in tutti gli altri momenti della nostra vita. Il cambiamento verrà da sé.