L’AQUILA – “Occorre non solo riedificare le devastazioni esterne (ancora visibili), ma ricomporre le fratture interiori, provocate dal sisma. Infatti, c’è un terremoto che scuote la terra, ma c’è anche il terremoto dell’anima, che ferisce la mente, gli affetti e i rapporti interpersonali”.
Così in una nota l’arcivescovo metropplita di L’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, in occasione del nono anniversario del terremoto del capoluogo abruzzese. Al centro delle celebrazioni, la fiaccolata che si terrà a mezzanotte di questa sera per commemorare le 309 vittime.
“Per questo, i primi verbi da coniugare per la ricostruzione non sono “progettare” e ‘fare’, ma ‘ascoltare’ e ‘incontrare’: cioè, accogliere i bisogni profondi della gente, per disporli secondo il giusto ordine di priorità, e intensificare la tessitura delle “relazioni convergenti”, che potenziano la coscienza fattiva di essere un’unica famiglia – spiega ancora il prelato -. L’Aquila non va ridisegnata al passato, ma pensata al futuro. Inoltre, L’Aquila che deve ‘risorgere’, non è solo quella raccolta dentro le mura, ma anche quella esterna: cioè, allargata ai centri limitrofi che l’hanno costruita”.
Petrocchi sottolinea che “alcuni dolori sono così acuti e profondi, che non possono essere espressi ‘parlando’: forse la loro manifestazione più immediata e intensa è il grido. Quando è impossibile urlare, queste sofferenze restano ‘mute’: tuttavia il grido non si azzittisce ma diventa ‘silenzioso’. Va detto, allora, che questa ‘voce’ inespressa si sente lo stesso e fa stringere l’anima. Tali messaggi ‘non-detti’, ma comunicati attraverso il linguaggio empatico ed intuitivo, hanno valore universale: sono trasmessi, infatti, attraverso un codice dialogico immediatamente comprensibile, perché passa attraverso la via del cuore e segue la grammatica dei sentimenti più veri e radicati”.
“A mio avviso, due dinamiche dimostrano l’immortalità dell’anima umana: l’amore che rimane in eterno, e il dolore, che resta impresso per sempre nella memoria: infatti, se la sofferenza passa, resta però l’aver sofferto” continua il prelato, secondo il quale “per la comunità aquilana questo è il tempo della laboriosità, della ripresa, della saggezza e della prossimità: dimensioni che debbono essere declinate al presente, ma ancora meglio in prospettiva dell’avvenire”.



