L’AQUILA – “Un paese era qualcosa che c’era prima della televisione, dove c’erano posti dove la sera si riunivano le comunelle, dove ognuno raccontava cosa gli era successo in campagna e a casa, a lui o alla famiglia accanto. Un luogo dove non eri estraneo. Ai nostri paesi, alle nostre case quella notte abbiamo voltato le spalle, siamo fuggiti”.

Non ha trend e numeri sulle tempistiche e i costi della ricostruzione da esibire, Clemente Franciosi, cantante lirico di Fossa (L’Aquila) uno dei 56 comuni terremotati, dove a sette anni dal sisma nel centro storico è aperto solo un cantiere, e a regnare è il silenzio e un triste senso di abbandono.

Clemente ha solo ricordi e pensieri da condividere, dove però si sedimenta anche il senso stesso della ricostruzione dei paesi terremotati del cratere sismico  abruzzese, e di una loro possibile rinascita.

L’Ufficio speciale della ricostruzione dei comuni del cratere (Usrc), ha quantificato che ci vorranno dieci anni in media. Tanti o pochi dipende con cosa parametrare questo algido cronoprogramma: se alla storia che sarà scritta nei libri, ai futuri convegni sulle tempistiche medie delle ricostruzioni post-catastrofe e ai ritmi della burocrazia italiana, o piuttosto alla vita di persone anziane, e alla pazienza sempre flebile di giovani, alle coppie che vogliono mettere al mondo un figlio, per i quali forse altri dieci anni da sfollati sono un’eternità.

Anche la casa di Clemente Franciosi è inagibile. Lui ha 79 anni, e fa ancora concerti in giro per il mondo, in particolare a Philadelfia negli Stati Uniti. Ma nonostante la tempra di altri tempi, anche lui sta perdendo la speranza di tornarci a vivere, nel suo amato paese. Ora vive in un modulo provvisorio del villaggio Map, sorto nella piana, dove invece ci sono altri suoi paesani che vogliono restare.

Cosa inconcepibile per lui, perché “quelle non sono case, quello non è un paese”. Del resto, annotazione intima e logistica, ignota troppo spesso ai progettisti, per lui una casa degna di questo nome “deve avere una cantina, dove poter  custodire le patate, non sotto al letto come sei costretto a fare nei Map”.

Tra i paesi del cratere sismico, Fossa ha un destino particolarmente amaro.

I cantieri sono stati per ora aperti solo nella fascia periferica. Per intervenire invece nell’antico e bellissimo centro storico, andrebbe prima messa in sicurezza la montagna, che incombe su parte dell’abitato e che è stata oggetto di crolli nella notte del terremoto. Un intervento costosissimo, e ancora di incerta determinazione progettuale.

“Io mi sono sposato nel 1970 – racconta Clemente –  e con mia moglie ci siamo messi a cercare una casa per andare a vivere assieme. C’era una bella casa in mezzo al paese, vicino la mia stalla. Una casa che era crollata nel terremoto del 1915, e dove era morta una persona. Per questo nessuno la voleva. Chi ci abitava prima occupava solo il primo piano, perché dopo quel terremoto non era stata ricostruita tutta. Ma era una casa che a noi piaceva, e poi era vicina alla mia stalla”.

Da quella casa Clemente e la sua famiglia sono usciti salvi per miracolo la notte del 6 aprile.

“Ho un senso di colpa – spiega però Clemente – sono stato un vigliacco quella notte, non dovevo abbandonare la casa, l’ho tradita, gli ho voltato le spalle. Abbiamo tutti abbandonato le case. Nel 1915 non sarebbe accaduto, saremmo rientrati subito dopo, avremmo vissuto anche in case precarie, perché non avremmo avuto scelta, e come sempre avvenuto, ce la saremmo riparate da soli”.

Clemente infatti sostiene che i paesi sono stati svuotati da chi ci abitava, forse per sempre, anche per un eccesso di zelo, per l’aver dichiarato tutto inagibile al massimo grado, contrassegnando con la fatidica lettera “E” anche interi aggregati, dove invece alcuni edifici magari non avevano danni così gravi. Per l’aver poi predisposto Piani di ricostruzione troppo ambiziosi e costosi, che ora avranno tempi di realizzazione lunghissimi.

“Vivevamo già in case con catene e crepe – spiega Clemente – ma le crepe c’erano già prima, causate dal precedenti terremoti. E tante di quelle case dove ora non si può tornare, nei secoli non sono mai crollate. Forse chi ha pianificato la ricostruzione ha esagerato, ed ora ci vorrà troppo tempo per intervenire. hanno speso tanti soldi per puntellare e imbragare anche i ruderi. Ma i paesi rischiano di morire”.

Per non parlare del progetto di messa in sicurezza della montagna che ha congelato a Fossa il piano di ricostruzione.

“Quella montagna è lì da sempre – osserva Clemente – ora la dobbiamo proteggere, la dobbiamo mettere in sicurezza? E cosa vogliamo fare, passare davanti al Padreterno? Se deve crollare lo farà, non c’è volontà né intervento umano che tenga, che possa contrastare la potenza della natura!”.

“Ogni tanto – prosegue Clemente – torno in paese, a vedere la mia casa, ma mi viene la malinconia, perché c’è desolazione tutto intorno. Mi ricordo degli amici di Fossa, con cui facevamo comunella, la sera quando non avevamo voglia di andare a dormire, mi portavano a fare le serenate ad un altro amico, e lui si alzava dal letto, scendeva è apriva la cantina e ci offriva da bere. Al villaggio Map quando fa sera le porte sono tutte chiuse. Neanche in chiesa si è ricreata l’armonia e la fratellanza. Si vive soli nei Map, non è una vita bella, perché è una vita sospesa nell’attesa”.

Clemente come tante persone anziane che sono state l’anima dei paesi deserti, comincia a rassegnarsi all’idea che non riuscirà a tornare nella sua casa ricostruita. Ma la sua speranza è che lo facciano le nuove generazioni, al posto suo.

“Ai giovani voglio dire che la vita in paese è tutta un’altra cosa. La città divide, con chi ti abita affianco ci si guarda di sfuggita. Ed è per questo che bisogna imparare a stare insieme,  perchè insegna tante cose, fa nascere tante idee. Spegnete la televisione e i cellulari, e parlate, parlate, guardatevi in faccia, fate comunella anche voi”, conclude con un sorriso.