L’AQUILA – “La congiuntura internazionale non è certo rosea, a regnare è l’incertezza, che forse è la peggiore cosa per chi deve fare investimenti quando il quadro non è chiaro il commercio rallenta, ma non dobbiamo mai perdere l’ottimismo e la determinazione a superare le difficoltà”

Anche il vino abruzzese è salito sulle montagne russe del luna park di Donald Trump – prima i dazi poi l’attacco all’Iran che sta provocando una crisi energetica globale -, ad allargare le braccia è Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, incontrato da Abruzzoweb nel bel mezzo del Vinitaly di Verona, tra gli stand del padiglione dell’Abruzzo, con 97 cantine e 300 etichette presenti. Con tanti buyer presenti, ma pochi statunitensi, come un pò in tutta la fiera di Verona.

“Amo sempre dire che l’agricoltore in generale, e in particolare noi viticoltori dobbiamo essere sempre propositivi – prosegue Nicodemi -. Basta guardarsi in intorno qui alla Fiera, e vedere quante persone stanno apprezzando i  nostri vini. Basta guardare ai numeri: il Montepulciano d’Abruzzo è la prima denominazione di vino rosso fermo italiano, insieme al Chianti, stiamo intorno ai 120-130 milioni di bottiglie, ed ora la sfida è quello di valorizzarlo, facendo capire al consumatore che il nostro Montepulciano, come il nostro Trebbiano, non sono solo buoni vini a buon prezzo, ma possono e devono pretendere valutazioni di mercato molto più alte”.

Tra le novità di questa edizione  “Abruzzo Virtual Tour”, che ha reso possibile un viaggio immersivo tra i territori, vigneti e le denominazioni della regione, la masterclass sul Pecorino d’Abruzzo, curata da Cristina Mercuri in omaggio al professor Luigi Cataldi Madonna,  pioniere della viticoltura di montagna, scomparso a dicembre dello scorso anno.

“Importante è stata anche la presenza dell’Abruzzo nel fuori salone: a Verona siamo stati presenti per tre giorni, in Italy and the City, sia con uno spazio dedicato alla somministrazione di finger food a base di nostri prodotti tipici regionali, sia con uno spazio molto iconico, la Torre dei Lamberti, a oltre 80 metri d’altezza, dove abbiamo servito il nostro cerasuolo, uno dei vini più identitari della nostra regione”.

Detto questo, torniamo ai tasti dolenti.

“L’export, come per tutto il vino italiano, rappresenta per noi la fetta più importante del business. Dal 2025, anche se è l’anno peggiore, con l’arrivo dei dazi, gli Stati Uniti restano il primo mercato e hanno superato anche la Germania che è al secondo posto,  a seguire l’Inghilterra e diciamo che la vecchia Europa nel suo complesso è anzi il vero mercato di riferimento”.

Il vero problema, a proposito di dazi Usa, è però che tra tira e molla , annunci e passi indietro, a regnare è l’incertezza.

“Tecnicamente la Corte Suprema li ha dichiarati illegittimi, quindi non dovrebbero essere più applicati. I dazi vengono pagati dagli importatori, che ora vorrebbero indietro i soldi versati fino alla dichiarazione di illegittimità. Trump sta però temporeggiando, perché non si capisce quale possa essere l’esito giuridico. E questo genera dunque una situazione di estrema incertezza, si continua ad esportare, certo, ma non c’è più la tranquillità e la intraprendenza, tenuto conto che occorre programmare, dall’ordine alla consegna della merce passano anche mesi, in uno scenario però ora pieno di incognite”.

“Puntare invece su nuovi mercati come alternativa?”. Risponde Nicodemi: “una grande opportunità è oggi rappresentata dall’abbattimento dei dazi per i paesi del  Mercosur”, ovvero in virtù dell’accordo tra Unione europea e i Paesi sudamericani.

Mercosur che, sottolinea Nicodemi “era un mercato molto protetto, ed oggi va verso la liberalizzazione. In Sudamerica già erano presenti i nostri vini, ma ora sarà assolutamente più facile entrare, ed oggi noi guardiamo a quei mercati con grande interesse, perché ci sono importanti margini di crescita”. f.t.