L’AQUILA –  Ha provocato levate di scudi e polemiche l’inchiesta della popolare trasmissione Report di Raitre, condotta da Sigfrido Ranucci, l’inchiesta di Emanuele Bellano, dal titolo “Piccoli chimici”, che ha riguardato anche la produzione di vino in Abruzzo, con interviste a viticoltori di Tollo, in provincia di Chieti, e che in generale ha acceso i fari su episodi che riguardano tutta l’Italia, su produttori che acquistano mosti e uve di bassa qualità o addirittura da uva da tavola che costa molto meno, le sistemano artificialmente e poi le imbottigliano come vino.

Un fenomeno che mette in discussione anche i controlli dalla Repressione Frodi del ministero dell’Agricoltura,  e l’attendibilità delle certificazioni di vini Docg, Doc e Igp, punta di diamante di un settore che in Italia vale 14 miliardi di euro.

A parlare però di “minestrone” e della “solita pappa indistinta”, è il sindaco di Tollo, Angelo Radica, presidente nazionale dell’Associazione Città del vino di una trasmissione che  “mette insieme comportamenti illegali e un’economia sana, legale e corretta come quella del nostro comune”, come pure il coordinatore regionale di Italia Viva, Camillo D’Alessandro, c he è anche viticoltore, che parla invece di “una grave falsificazione della verità e della qualità dei nostri vini. Una massa di non notizie, artamente combinate, con l’obiettivo di fare passare il mondo vitivinicolo italiano e abruzzese come volto alla truffa legalizzata”.
Arrivando a chiedere all’assessore regionale all’agricoltura, Emanuele Imprudente, della Lega, una mobilitazione legale “se fossi l’assessore regionale all’agricoltura non mi darei pace e non darei pace. Dopo la peronospora dobbiamo subire anche Ranucci e la Rai, con i nostri canoni”.

Ma cosa ha raccontato Report?

In sostanza le ombre che si allunano sulle certificazioni Docg, Doc e Igp, punta di diamante di un settore quello del vino che in Italia vale 14 miliardi di euro. Con vini blasonati legati anche per disciplinare ad un territorio, con materia prima che però arriva da altrove, con i fari accesi in primis sulla Toscana e il Veneto. Poi  sull’utilizzo di mosto concentrato rettificato per aggiustare la gradazione, che consente l’utilizzo di uve non adeguate e di più bassa qualità, anche per vini venduti in bottiglie a migliaia di euro. O anche sostanze chimiche per aggiustare l’acidità, gelatina di origine animale per rendere più trasparente il vino, non obbligatorio da riportare in etichetta, e ancora bentonite, una terra argillosa, anche qui per ottimizzare il colore, i tannini per dare corpo e per la conservazione, lieviti ai frutti di bosco o agrumi, per dare un particolare aroma, trucioli di rovere per il retrogusto di botte.

Il capitolo dell’inchiesta dedicata all’Abruzzo ha come teatro Tollo, patria dell’uva trebbiano e  montepulciano. Il viticoltore Luciano Di Pillo ha raccontato i danni provocati quest’anno dalla peronospora, favorita dalle piogge incessanti di primavera, con un calo di produzione del 40% come spiegato l’agronomo Antonio De Bosis.

Poi il cornista ha chiesto ad altri anonimi viticoltori “che operano nel settore da decenni” , se in caso di calo della produzione, si vada per caso a prendere uva altrove, e se esiste un traffico di uve e mosti da una regione all’altra.

E le risposte sono state le seguenti:  “c’è un traffico di acquisto di uva e vino totalmente in nero”.
“vendiamo mosti, specialmente da uva da tavola e la vendiamo in cisterna ad altri imbottigliatori del nord Italia, di altre regioni, che si comprano anche il trebbianaccio, con cui poi ci fanno il prosecco”.

E  ancora “prendi una bottiglia di pecorino, ma magari dentro ci sta il trebbiano”, “c’è uva da tavola che non sarebbe nemmeno vinificabile, che arriva dalla Puglia, comprata in nero”.

E così l’inchiesta  si è spostata in Puglia per documentare questo traffico di mosti di uva da tavola.

E Bellano, spacciandosi per produttore di vino del Nord, contattato un mediatore, ha trattato l’acquisto di  ben dodici cisterne di uva da tavola, usata non per la vinificazione, essendo pratica illegale, una sofisticazione, ma per produrre succo d’uva, utile per succhi di frutta, yogurt, gelati e marmellate.
E lo stesso mediatore ha assicurato che “l’anno scorso l’80% di uva da tavola pugliese è stata utilizzata per fare il vino”, visto il basso costo. Trasportata con la certificazione relativa al succo d’uva dolcificante, e con ultimo passaggio di acquisto rigorosamente in nero. Poi l’inchiesta si è spostata in Veneto, dove ci sono produttori hanno vigne in Puglia, anche di uva, glera, necessaria per il prosecco, con  denominazioni d’origine veneta.

Spiega dunque Report: “quanto più i vini sono in alto nella classificazione a piramide tanto più stringenti saranno le regole che i produttori devono rispettare per produrli. Ogni tipologia di vino a denominazione è regolata da un disciplinare che fissa le caratteristiche che le uve devono avere, come devono essere coltivate e cosa è possibile fare e cosa no durante la vinificazione. Esiste però un grande numero di pratiche enologiche che permettono di migliorare i parametri di uve scadenti fino a farli rientrare in quelli previsti dalla norma e alla fine venderli anche come vini a denominazione. Ma i controlli non sempre sono come dovrebbero essere: l’intreccio tra politica, grande industria del vino e dirigenti della Repressione Frodi può distorcere il meccanismo di controllo al punto da usare le indagini giudiziarie come un mezzo per colpire produttori scomodi”.

Questa dunque la replica di Radica, a nome di un sistema vitivinicolo, quello di Tollo, “fatto di quasi 500 viticoltori che si spaccano la schiena per dare un prodotto d’eccellenza e creare ricchezza, sistema vitivinicolo Abruzzo composto da migliaia di viticoltori eccellenti e onesti che hanno fatto grande l’Abruzzo, divenuta in pochi anni una regione vinicola d’eccellenza”.

“Un servizio mistificatore”, aggiunge Radica, “che deliberatamente ha voluto colpire un’economia vinicola sana come quella tollese, provinciale e regionale già colpita duramente e pesantemente dalla peronospora che ha portato ad una riduzione del prodotto del 70% e di circa 240 milioni di euro di fatturato. Caro Sigfrido Ranucci cosa c’entrano le falsificazioni della vinificazione dell’uva da tavola, quella del glera/prosecco con la nostra produzione d’eccellenza?”, conclude Radica.

Dura la replica anche di Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana vini (Uiv), che compare anche all’interno dell’inchiesta

“Riteniamo che l’inchiesta di Report sul vino in onda ieri sera sia stata un’occasione di servizio pubblico mancata per la testata della Rai. Siamo fermamente convinti che un giornalismo libero sia necessario per la crescita del sistema Paese e dei suoi asset, ma in questo caso si è clamorosamente mancato l’obiettivo. Se da una parte Report ha giustamente rilevato, come fatto in precedenza da Uiv, alcune attività non consentite dalla legge come il commercio di uva da tavola per fare il vino, dall’altra ha pedissequamente confuso pratiche perfettamente legali con altre illegali, additivi chimici con prodotti dell’uva consentiti. È poi imbarazzante affidare la narrazione a un sedicente esperto di vino – lui sì ‘piccolo chimico’ – con considerazioni da Bar Sport che non rendono onore alla trasmissione. Report ha fatto di un’erba un fascio lasciando intendere che il settore sia pervaso dal marcio; anziché evidenziare e circostanziare le zone d’ombra si è scelta la strada del qualunquismo, e questo fa male sia ai consumatori che a un asset in grado di rendere 7,5 miliardi di euro all’anno di bilancia commerciale con l’estero e dare lavoro a quasi un milione di persone”.