ROMA – “Il professor Tiberti ha subito le richieste di danaro del professor Di Orio e le ha assecondate per non essere oggetto di ritorsioni nell’ambito universitario”.
Hanno confermato l’impianto accusatorio i quattro testimoni dell’accusa che sono sfilati ieri nella terza udienza del processo che vede alla sbarra l’ex rettore dell’Università dell’aquila, Ferdinando Di Orio, accusato di concussione dal professore dello stesso ateneo Sergio Tiberti.
Il processo si sta celebrando nella nona sezione del tribunale di Toma. L’udienza è stata aggiornata al 26 gennaio del prossimo anno, quando saranno ascoltati i testimoni della parte civile che è rappresentata dal professor Tiberti, ex amico dell’ex rettore.
Tra le altre cose i quattro testi, confermando le dichiarazioni rese ai pm, hanno spiegato che Tiberti non ha mai ricevuto regali da Di Orio e che l’ex rettore non ha mai lavorato per la società del docente aquilano.
In particolare, il professore dell’ateneo aquilano Gianfranco Amicosante ha spiegato di aver ricevuto per sms una reprimenda sia da Di Orio, sia dalla professoressa Maria Grazia Cifone, preside dell’allora facoltà di Medicina (oggi dipartimento) dopo aver votato a favore di Tiberti in una seduta del Consiglio di area didattica.
Gli altri testimoni sono stati il funzionario dell’universita’ dell’aquila Domenico Schettini, il capo dell’amministrazione della società del professor Tiberti, Campoli e la compagna del professore, Becchino. L’ex rettore non era presente.
“Mi pare che il processo si stia ampiamente confermando l’ipotesi accusatoria”, ha commentato l’avvocato difensore di Tiberti, Giorgio Tamburrini.
Di Orio è imputato anche all’Aquila per abuso d’ufficio (assieme ad altri due) nell’ambito dell’inchiesta sul maxi affitto del capannone ex Optimes per ricollocare la facoltà di Ingegneria dopo il sisma del 6 aprile 2009.
Di recente la procura della Repubblica di Rieti ne ha chiesto il rinvio a giudizio (assieme a un altro) sempre per abuso d’ufficio nell’ambito dei rapporti post-terremoto tra l’Ateneo aquilano e il Comune di Antrodoco.
La vicenda della presunta concussione si origina quando Tiberti viene nominato responsabile scientifico di uno studio in convenzione tra una grande azienda internazionale e l’Università e da allora, secondo il prof, cominciano le richieste e i versamenti di denaro a Di Orio.
“Oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale”, questa la quantificazione fatta da Tiberti nella sua denuncia del 13 settembre 2009, in cui spiega di aver detto basta nel 2006.
Di Orio si è sempre difeso negando ogni richiesta ed evocando piuttosto l’ipotesi di una ‘vendetta’ del prof.
“Fra noi due, che ci conosciamo e siamo amici da 35 anni – dichiarò al Giornale nel 2010 – è sorto un contrasto su uno studio commissionato da una grande azienda internazionale sulle condizioni di vita dei territori in cui sono presenti le centrali a carbone. Io non ho voluto avallare la tesi che era presente in quello studio di Tiberti, e da lì si sono rotti i rapporti”.
Su questa e simili affermazioni, tra l’altro, c’è stata un’altra querela per diffamazione. L’inchiesta sulla concussione si è sviluppata in oltre 3 anni in modo controverso e con numerosi cambiamenti dei protagonisti inquirenti e giudicanti.
A dare l’avvio a tutto è stato un esposto di Tiberti alla procura della Repubblica dell’Aquila, con l’acquisizione di assegni e la verifica di movimenti di denaro. Successivamente, però, l’indagine è stata trasferita nella Capitale per competenza territoriale dal sostituto procuratore del capoluogo Fabio Picuti.
Una svolta c’è stata nell’ottobre 2010, quando il pm della procura romana Pietro Giordano ha chiesto l’archiviazione per Di Orio al giudice per le indagini preliminari dell’epoca, Maria Teresa Covatta.
A quel punto l’avvocato di Tiberti, Giorgio Tamburrini, ha fatto opposizione ma, poco prima che un altro giudice subentrato nel frattempo, Flavia Costantini, fissasse l’udienza di merito, Giordano è tornato sui suoi passi, revocando la richiesta di archiviazione: una mossa a sorpresa, consentita ma inusuale per un pm.
Quando il sostituto è stato trasferito, il fascicolo è passato di mano a un nuovo pm, Giuseppe Deodato che, però, ha preso una direzione differente, chiedendo il rinvio a giudizio al gup Maddalena Cipriani, che lo ha concesso. In udienza preliminare, i giudici capitolini hanno considerato “fantasiosa” la ricostruzione dioriana dei fatti.
Di Orio sarà giudicato da tre donne: i magistrati di questo processo sono Zaira Secchi, presidente, Laura Fortuni e Claudia Lucilla Nicchi.
Di Orio è difeso dagli avvocati Mauro Catenacci di Teramo e Fabrizio Amelia di Roma.





