L’AQUILA – Come se la immagina la sua nipotina Giorgia, che il terremoto ha deciso non dovesse mai vedere con i suoi occhi come era bella e come è ferita ora L’Aquila?

Resta congelata sulla punta del microfono, la domanda più difficile per Renza Bucci, protagonista di una delle trame più strappate tra quelle che il sisma dell’Aquila di 4 anni fa ha consegnato alla storia.

Debolezza di cronista, davanti al tono sempre pacato ma sempre fermo e alla lucidità incredibile, impensabile, di chi, in quella vicenda, ha perso il nipote Francesco, il genero Luigi, e una figlia, Giovanna. E come se non fosse abbastanza, la creatura che l’ultima portava dentro di sé, Giorgia appunto: la 309ª vittima.

Una sola domanda resta chiusa tra i denti, ma tante ce ne sono da fare e a tutte risponde la protagonista dell’intervista per fare il punto, per provare l’impresa impossibile di mettere insieme i frammenti, al quarto appuntamento con la data che ha cambiato il destino di una città.

Qual è il segreto, come si resta vivi quando il fato si accanisce così? “Sono molto credente e penso di avere mia figlia e la sua famiglia vicino, in un’altra dimensione – spiega Renza – Quando immaginavo una disgrazia, come perdere un figlio, anche se poi mi è toccato molto peggio, dicevo: impazzirei. Invece mi è scoppiata questa grande forza”.

Anche se dall’Aquila vorrebbe andarsene. “Resto qui per il cimitero. Se potessi portare mia figlia con me, starei bene dappertutto”. Ma non molla. “Ero una persona schiva, timida, ora sento di dover parlare per loro”.

Parlare per chi non c’è più e tenerne viva la memoria, parola magica che va maneggiata con delicatezza.

“La memoria è importante, maestra di vita come la storia, per non commettere gli stessi errori”. Il passo successivo diventa come affrontarla, come farci i conti. La Bucci usa un concetto bellissimo, “poche iniziative, eleganti”.

La fiaccolata, per esempio, non è un dovere ineluttabile: “È diventata anche un po’ inflazionata, se non si fa non muoio – continua la Bucci – È il ricordo che conta, non deve essere una cosa da supermercato”.

Inevitabile pensare a chi non c’è più, come anche a chi c’è ancora ma si trova solo al mondo, senza più nessuno.

“Mi preoccupa chi è rimasto orfano, se è un ragazzo, penso a mia figlia piccola, non capisce che cos’è la scadenza di una bolletta – continua Renza – I bambini stanno malissimo via via che crescono. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa di più per loro”.

E anche sulla sicurezza, per tornare alle lezioni del passato, secondo la nonna di Giorgia si è imparato poco. “Non c’era un piano di emergenza allora, mi pare che non ci sia neanche ora – sbotta – Checché se ne dica, finora ai cartelli siamo arrivati, non si è mai fatta un’esercitazione. Ma è importante avere una città sicura”.

Che anno dovrà essere, quello verso il quinto anniversario? “Bella domanda. Speriamo si cominci a smuovere qualcosa, soprattutto economicamente – la speranza – La cosa più importante è il lavoro per i giovani che stanno scappando”.

“Eravamo abituati sotto i portici ‘dal biberon al bastone’ ma le mie figlie scappano da qui – conclude – Ma per chi la ricostruiamo questa città?”.