TERAMO – Chiuso nella sua dimora di campagna di Colleminuccio, il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, di Forza Italia, è in rigoroso silenzio stampa, e cerca una via d’uscita alla nuova crisi che sta portando la sua maggioranza in Comune sull’orlo del baratro.

La via d’uscita, secondo quanto affermano fonti della maggioranza, non potrà che essere il rimpasto di Giunta, ovvero la resa a nuovi e vecchi fuoriusciti e malpancisti della prima ora, piegandosi ai desiderata di chi sorregge, ciascuno con la sua lista, Brucchi in Consiglio: ovvero i consiglieri regionali Paolo Gatti di Forza Italia, Mauro Di Dalmazio di Abruzzo futuro, forza dell’opposizione del centrodestra in Regione, e anche l’irrequieto consigliere comunale Dodo Di Sabatino Martina.

Teramo si conferma, in questo scenario caotico, un laboratorio per andare oltre gli attuali equilibri del centrodestra, dove si sperimentano inedite alleanze trasversali, funzionali alle fortune politiche individuali dei protagonisti.

La nuova mazzata per Brucchi è arrivata la scorsa settimana, con la fuoriuscita dalla Giunta e dalla maggioranza di Giorgio Di Giovangiacomo, assessore ai Lavori pubblici, e dei consiglieri Angelo Puglia e Guido Campana. Tutti e tre facenti parte di Al centro per Teramo, il gruppo civico che fa riferimento a Di Dalmazio.

Ora il centrodestra ha un solo voto di margine, 17 a 16, rispetto al centrosinistra in minoranza.

Ad assottigliare la maggioranza ci avevano già pensato i due consiglieri di Fratelli d’Italia Raimondo Micheli e Domenico Sbraccia, passati a fine 2015 all’opposizione, accusando “l’autoreferenziale” Brucchi di emarginarli nelle scelte politiche.

C’è addirittura chi insinua che Di Dalmazio trami già un dopo-Brucchi assieme al big player della politica teramana, il consigliere Gatti, padre padrone della lista civica “Futuro In” che. con ben sette consiglieri e quattro assessori, è di gran lunga la prima forza di maggioranza.

Quanto al progetto che ci sarebbe di “regalare” in qualche modo Teramo al centrosinistra, nell’ottica a più lunga scadenza della creazione a livello nazionale del Partito della Nazione con dentro il Pd renziano e parti consistenti del centrodestra, sia Gatti che Di Dalmazio smentiscono con sdegno.

A rivelare un’inedita simpatia tra Di Dalmazio e il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, è stato, del resto, il capogruppo Pd in Consiglio regionale, Sandro Mariani, teramano di Campli.

Di Dalmazio ha, però, liquidato questa ipotesi come “futurologia astrusa”, e ha motivato, anzim lo strappo con la “litigiosità e i particolarismi hanno portato l’amministrazione a chiudersi in se stessa, a non avere più una idea chiara di città”.

L’ex assessore al Turismo ricorda che, assieme a Gianni Chiodi, ex presidente della Regione e ora consigliere regionale forzista, ha sposato il progetto nazionale dell’associazione Idea “che si colloca inequivocabilmente nell’area di centrodestra”. Ma anche, si osserva, oltre Forza Italia, progetto politico che sta tramontano assieme al suo leader ottuagenario, Silvio Berlusconi.

I motivi addotti da Di Dalmazio e dai suoi per lo strappo con Brucchi coincidono con il “decalogo”, che suona più come un ultimatum, consegnato a Brucchi dal capogruppo di Futuro In, Giambattista Quintiliani, nel quale si esprimono forti critiche sull’azione di governo “ingessata e che necessità di una decisa svolta”, si ribadiscono le perplessità per un Masterplan non condiviso dal Consiglio, e di fatto imposto anche a Teramo dal presidente D’Alfonso, con opere discutibili, come la cabinovia dalla Villa comunale al campus universitario, caldeggiata dal rettore dell’Università di Teramo e presidente della Tua, Luciano D’Amico.

Si legge poi, nel decalogo dei gattiani: “Viviamo con fastidio la spiacevole sensazione che a volte appaia preminente l’avere una maggioranza ben disposta a votare la delibera di turno, piuttosto che a ragionare da squadra”.

Tra le righe, la richiesta sembra essere, per cominciare, quella di un rimpasto di Giunta e di una “fase due”. L’intenzione di Gatti e Di Dalmazio non è quella di far cadere ora Brucchi, condannando Teramo a un lungo periodo di commissariamento. Ma a primavera 2017 lo scenario potrebbe cambiare.

Una simile richiesta di rimpasto è stata al centro anche della crisi che si è scatenata nell’estate 2015 e che ha portato alla defezione dei due di Fratelli d’Italia. Brucchi, però, in quel caso ha tenuto duro, e a gennaio ha confermato in blocco l’esecutivo, con nomi e deleghe assegnate nel giorno dell’insediamento.

In Consiglio pochi giorni fa ha ricordato che “non rimango a dispetto dei santi”. Ovvero: meglio il voto che sottostare a continui e logoranti ricatti.

A chiedere il rimpasto c’è, nella maggioranza ridotta al lumicino, anche, e non da ora, il gruppo Teramo soprattutto di Dodo Di Sabatino Martina, Alberto Covelli, ex Nuovo centro destra, e Alessia De Paulis ex forzista, con la regia esterna dell’onorevole Ncd Paolo Tancredi, altro pezzo da 90 della politica teramana.

L’intenzione, questa volta spiattellata senza possibilità di malintesi, è quella di chiedere l’azzeramento dell’attuale Giunta, la nomina di soli sei nuovi assessori per l’immancabile “rilancio dell’azione amministrativa”.

Non è un mistero che Di Sabatino Martina voglia essere, al prossimo giro, il candidato sindaco, e ha già accusato Gatti, con cui non corre buon sangue, di non aver finora voluto staccare la spina a Brucchi.

Di Sabatino Martina è andato a cena con l’assessore regionale del Pd Dino Pepe e con Manola Di Pasquale, già candidata sindaco di Teramo di casa dem, che si è appena dimessa da consigliere comunale per dedicarsi a tempo pieno nel suo ruolo, contestatissimo, di presidente dell’Istituto zooprofilattico.

Tra le tante ipotesi che si fanno a Teramo sulla a dir poco caotica situazione politica, c’è quella che vuole Di Sabatino candidato sindaco addirittura di uno schieramento di centrosinistra. Ma ora anche Di Sabatino tende la mano a Brucchi, in cambio di una decisa svolta.