L’AQUILA – Sugar tax e tassa sulla plastica, che il governo giallorosso guidato dal premier Giuseppe Conte ha deciso di introdurre da metà anno e che peseranno un euro al chilo sugli imballaggi e 10 euro a ettolitro per le bevande, continuano a far discuetere e a generare le proteste degli addetti ai lavori.

Imposte ecologiche, così come sono state definite ma dalle quali, comunque, il governo si aspetta un miliardo di euro entro il 2020. Sul tema, in Abruzzo come nel resto del Paese, è scontro tra favorevoli e contrari, i primi parlano di tasse che potrebbero seriamente compromettere dei posti di lavori, gli altri sottolineano la necessità di invertire la rotta, aprendosi a misure ecosostenibili.

“Giustificare la ‘sugar tax’ affermando di voler educare i comportamenti alimentari e recuperare risorse da investire sulla scuola è operazione assai discutibile”, sono le parole di Franco Pescara, segretario generale della Fai Cisl.

In Abruzzo, secondo Pescara, sarebbero coinvolti quasi 500 lavoratori del settore delle acque e bevande a cui si aggiungono i lavoratori delle aziende alimentari che confezionano i prodotti in sacchetti di plastica e gli occupati delle imprese dolciarie per la tassa sullo zucchero.
 
“Non è con nuove tasse che si risolvono i problemi del paese – dice Pescara – bensì con una profonda revisione della spesa pubblica. Il Governo ci ripensi  e si confronti con il mondo del lavoro visto che una misura del genere, se venisse confermata, avrebbe  delle pesanti, dannose  ricadute sull’industria alimentare delle bevande e sull’occupazione”. 

“Se a questo aggiungiamo la tassazione sulla plastica che influirebbe negativamente anche nel settore delle acque minerali – osserva -, ecco  che le nostre preoccupazioni verrebbero ulteriormente accresciute. Tra l’altro si tratterebbe di misure che andrebbero a penalizzare in maniera particolarmente vessatoria i lavoratori del settore che pagherebbero un tributo davvero ingiusto sia in termini di ricadute negative sui livelli occupazionali, sia come consumatori, finendo per pagare dazio allo stato due volte”.

“I temi del corretto consumo dello zucchero e dell’utilizzo sostenibile della plastica vanno affrontati con serietà ed approccio scientifico, non certo attraverso bizzarre misure fiscali per fare cassa, senza valutare gli effetti dirompenti che provvedimenti del genere potrebbero generare sull’occupazione. Per queste ragioni il nostro sindacato, a livello nazionale,  ha tempestivamente provveduto a rappresentare al Governo le forti perplessità nei confronti di tali misure fiscali con l’auspicio che vengano tenute nella debita considerazione e che il testo definitivo della legge di bilancio scongiuri le preoccupazioni descritte per i lavoratori e le imprese”.

Per Slow Food, invece, si tratta di una misura positiva, “è però necessario che i proventi siano investiti in progetti di educazione alimentare”.

“Periodicamente la proposta di una sugar tax entra tra le ipotesi della manovra di bilancio e ne esce poco dopo, generalmente in seguito alla forte azione di lobby delle potenti aziende che producono bevande gassate e altri prodotti ad alto contenuto di zucchero”, dice in una nota Slow Food. 

“Nella compagine di quanti fanno opposizione compaiono anche i produttori di zucchero italiani, anche se solo il 20% circa dello zucchero consumato in Italia è di produzione nazionale. Siamo quasi certi che anche questa volta la storia si ripeterà. Tuttavia, ci sembra utile ribadire la posizione di Slow Food in proposito”.

“Secondo un recente rapporto dell’Unicef – viene spiegato -, in Italia oltre il 35% dei bambini e adolescenti (dai 5 ai 19 anni) sono in sovrappeso o obesi, il dato peggiore in Europa. Tra le cause del problema, sicuramente c’è l’eccesso di zuccheri che gli italiani assumono ogni giorno in quantità mediamente doppia rispetto a quanto consigliato dall’Oms (25 grammi, l’equivalente di 5 bustine di zucchero). Il contenuto di una sola lattina di soft drink supera ampiamente la dose consigliata”.

“La gravità della situazione è evidente e non va sottovalutata. E se le tasse non sono mai di per sé una buona soluzione per risolvere i problemi e tantomeno una scelta strategica, bisogna comunque riconoscere che le esperienze dei Paesi in cui è stata applicata la sugar tax –  viene osservato – dimostrano un conseguente, notevole calo dei consumi di soft drink, come avvenuto in Francia, Norvegia, Messico, Cile e Ungheria. In Gran Bretagna invece la tassazione è progressiva rispetto alla quantità di zuccheri aggiunti, e ciò ha portato le aziende produttrici a ridurre il tenore zuccherino nelle bibite”.

“È necessario accompagnare l’introduzione della sugar tax con norme che ne destinino i proventi all’inserimento nei programmi scolastici di percorsi di educazione alimentare e sensoriale,  per abituare il palato a gusti naturalmente dolci, nonché a progetti di miglioramento delle mense scolastiche. In questo modo, la tassa così impiegata non si configurerebbe come un ennesimo balzello, ma anzi sarebbe un mezzo efficace per intervenire alla radice nella lotta a sovrappeso e obesità infantili – conclude Slow Food -, con un effetto di miglioramento della prevenzione a tutto vantaggio del sistema sanitario”.