L’AQUILA – Sono state chiamate le “tangenti del nuovo millennio”, quelle portate alla luce dall’inchiesta “Do ut des” della procura della Repubblica dell’Aquila sugli appalti post-sisma che oggi ha raggiunto un primo traguardo con il rinvio a giudizio di 7 degli 8 indagati iniziali.

Tangenti, secondo le accuse, senza la consueta “valigetta” con i contanti perché mascherate da consulenze professionali pagate con fattura, con tanto di “listino prezzi” a seconda del tipo di corruzione effettuata, una versione che le difese, naturalmente, contestano.

“Gola profonda” di questa indagine è stato Daniele Lago, imputato anche lui, titolare della Steda Spa, una ditta veneta che, per lavorare nell’immediato post-terremoto, su suggerimento dei diretti interessati secondo i pm ha corrotto a destra e a manca, spremuta come un limone.

Tra le elargizioni raccontate da Lago, i celebri “10 mila euro consegnati nella confezione di grappa” mentre secondo il giudice un malloppo di 200 mila è stato consegnato con “5 moduli abitativi provvisori del valore economico di mercato variabile in 40 mila euro ciascuno circa”, non assegnati alle amministrazioni e donati all’arrestato Pierluigi Tancredi come fossero le casette del Monopoli.

Il castello accusatorio si regge per larghissime parti sui racconti di Lago, che ha “cantato” davanti agli inquirenti: i suoi resoconti vengono ritenuti “genuini e attendibili”, come d’altronde quelli dei suoi collaboratori.

Secondo le accuse che dovranno essere sostenute a ottobre in dibattimento, il sistema corruttivo ruotava intorno a un nucleo centrale costituito da amministratori attuali e in carica all’epoca dei fatti, tutti aquilani e quindi terremotati, a partire dal vice sindaco dell’epoca, Roberto Riga.

I reati, secondo l’accusa, sono stati commessi nel capoluogo nel periodo da settembre 2009, insomma pochissimi mesi dopo il devastante sisma che aveva causato 309 vittime, e fino a luglio 2011.

L’entità degli appalti contestati è di 500 mila euro, mentre è stata accertata l’appropriazione indebita, attraverso la contraffazione della documentazione contabile, da parte di alcuni indagati, della somma di 1 milione 268 mila euro, relativa al pagamento di alcuni lavori.

Condotte attraverso presìdi tecnici, in particolare intercettazioni ambientali e telefoniche, le indagini della squadra Mobile del capoluogo hanno mostrato l’esistenza di un sistema corruttivo, in base al quale alcuni imprenditori interessati ai lavori per la ricostruzione post-terremoto pagavano tangenti, sia in denaro che attraverso veri e propri m.a.p. (moduli abitativi provvisori), nei confronti di funzionari pubblici, per l’aggiudicazione di alcuni appalti relativi a lavori di messa in sicurezza. (alb.or.)