PESCARA – Nel processo “non vi è prova del concorso morale di D’Alfonso” nelle varie vicende.
È quanto scrive il Tribunale collegiale di Pescara, presieduto da Antonella Di Carlo, nelle oltre 300 pagine di motivazioni alla sentenza con cui l’11 febbraio ha assolto l’ex sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso e altre 23 persone nell’ambito dell’inchiesta “Housework” su presunte tangenti negli appalti pubblici al Comune.
Inchiesta per la quale, nel dicembre 2008, D’Alfonso è finito agli arresti domiciliari.
Per il Collegio, “i ruoli verticistici e preminenti di D’Alfonso nel partito e nel Comune, di certo, non possono essere obliterati, ma da soli non sono risolutivi a dimostrazione del concorso nei reati per i quali i detti ruoli devono necessariamente essere integrati da altri elementi specifici e concreti che, per la rilevanza dell’insieme, valgano a superare la soglia di significanza generica dei ruoli”.
Riguardo alla vicenda inerente l’area di risulta e in particolare i rapporti tra l’ex sindaco e l’imprenditore Carlo Toto, i giudici sottolineano che “non è sostenibile” l’ipotesi di corruzione propria o impropria, e cioè che nella prospettiva di aggiudicazione dell’appalto dell’area di risulta “Toto abbia elargito a D’Alfonso pubblico ufficiale e questi abbia ricevuto”.
Nelle motivazioni si fa presente che, come emerso nel corso del processo, i rapporti tra i due “erano datati e non è a dire – si evidenzia – che D’Alfonso fosse appiattito sui ritorni economici del gruppo Toto perché almeno in due episodi l’amministrazione ha assunto decisione contrarie ai Toto, come in occasione dell’apertura del nuovo Palazzo di Giustizia” o “quando furono respinte le osservazioni di Toto al Piano regolatore per le aree portuali nell’ambito dell’approvazione del Prusst”.
Riguardo alla gara d’appalto, il Collegio mette in evidenza l’inesistenza di un “conciliabolo tra i soggetti pubblici e il privato”.
Prova ne sarebbe il fatto che, “dopo la conclusione della gara, l’amministrazione inviò una missiva a quelle ditte che non avevano partecipato per chiedere il motivo della mancata offerta”.
“REGOLARI ANCHE LAVORI VILLA MANOPPELLO D’ALFONSO”
Al Comune di Pescara non esisteva nessuna “squadra d’azione” e, dunque, nessuna associazione per delinquere, come invece contestato all’ex sindaco D’Alfonso e ad altre otto persone.
A tal proposito, i giudici nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione osservano che, “oltre al dato indubitabile che gli imputati si conoscevano tra loro, già solo per il fatto che lavoravano tutti al Comune di Pescara, non è dato cogliere il quid pluris di comune appartenenza delinquenziale all’interno dell’organigramma comunale che non sia il concorso nella commissione dei reati fine, utile per i reati fine, ma insufficiente per il reato autonomo associativo”.
Fanno anche presente, fra le altre cose, che il reato così come contestato avrebbe avuto “un ritorno di utili concreti solo per D’Alfonso” e non, dunque, per gli altri.
Riguardo al project financing dei cimiteri cittadini, “il Collegio ritiene che per tutte le imputazioni vada emessa pronuncia liberatoria per insussistenza del fatto: non si riscontrano – scrive – violazioni o profili sintomatici di illegittimità né i termini dell’accordo corruttivo, proprio e anche improprio”.
Nessuna irregolarità neanche per quanto concerne i lavori di realizzazione della villa di Lettomanoppello, realizzati dalla ditta Cardinale.
Al riguardo, nelle motivazioni si sottolinea che “il Collegio non riscontra i termini dell’imputazione di corruzione propria perché le determine che hanno interessato la ditta Cardinale non sono affette da illegittimità”.
I giudici aggiungono anche che “Cardinale non ha corrisposto utilità economiche a D’Alfonso costruendogli l’immobile a Lettomanoppello”.
“Il collegio ritiene – scrivono – che tutti i calcoli nei quali si sono profuse le parti in modo encomiabile nel corso dell’istruzione a sconfessare le opposte ricostruzioni siano destinati a cedere il passo di fronte alla versione resa da Cardinale di non aver conseguito ricavi esorbitanti, ma neanche di essere andato in perdita”.
A tal proposito, i giudici fanno riferimento a una conversazione intercettata all’interno dell’automobile di Cardinale due mesi dopo l’arresto di D’Alfonso.






