L’AQUILA – Professano tutte la loro innocenza davanti ai pm, le tre persone indagate nell’inchiesta su presunte tangenti nella ricostruzione post terremoto, la prima che coinvolge il Comune dell’Aquila e che ha causato le dimissioni prima del vice sindaco, Roberto Riga, indagato, e poi del sindaco, Massimo Cialente, non indagato.

Oggi i primi interrogatori negli uffici della procura davanti ai pm Antonietta Picardi e David Mancini. Al suo arrivo in Tribunale, Riga, che si è dimesso mercoledì scorso, poche ore dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, non ha parlato con i giornalisti. Del collegio difensivo di Riga fa parte l’avvocato Carlo Benedetti, presidente del Consiglio comunale dell’Aquila, quindi attuale esponente dell’amministrazione di cui Riga faceva parte.

È poi arrivato anche Mario Di Gregorio, direttore del settore Ricostruzione pubblica e patrimonio del Comune dell’Aquila, ora sospeso dall’incarico, che ha assicurato di essere “estraneo ai fatti” e ha parlato di un “disegno” per incastrarlo.

Davanti ai pm sono sfilati anche Fabrizio Menestò, ingegnere di Perugia, responsabile dei lavori di puntellamento di palazzo Carli, che all’uscita ha aggirato i cronisti da una porta laterale, mentre, come spiegato dal suo legale, Massimo Carosi, oggi non era convocato Daniele Lago, imprenditore di Bassano del Grappa (Vicenza), presidente e amministratore delegato della Steda Spa, che ha già parlato molto con gli inquirenti visto che è il grande accusatore degli amministratori e degli ax amministratori comunali.

Sempre nella giornata di oggi il giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Romano Gargarella, potrebbe fissare la data degli interrogatori per le quattro persone finite agli arresti domiciliari, secondo l’ordinanza per 15 giorni: potrebbe essere giovedì anche se il magistrato non ha fornito alcuna conferma.

RIGA: “HO RISPOSTO AI PM, SONO TRANQUILLO”

“Sono l’unico vice sindaco in Italia che si è dimesso per una informazione di garanzia. Sono stato sereno, tranquillo, ho risposto alle domande del pm e adesso aspettiamo l’esito del lavoro dei magistrati, sono fiducioso nel loro operato”.

Così Roberto Riga, che si è dimesso dopo aver ricevuto un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta, al termine dell’interrogatorio sostenuto stamani davanti al pm David Mancini.

Riga è accusato di aver ricevuto una tangente di 10 mila euro contenuta dentro la confezione di una bottiglia di grappa. A tale riguardo ha aggiunto che la circostanza è priva di fondamento e che “qualcuno”, riferendosi all’amministratore della Steda Spa, Daniele Lago, grande accusatore degli amministratori aquilani, “dovrà assumersi la responsabilità di quanto ha detto, io sono totalmente estraneo”.

BENEDETTI: “L’AQUILA NON E’ LA CITTA’ DEL MALAFFARE”

Riga è difeso dagli avvocati Giuseppe Nerio Carugno di Roma (oggi rappresentato dal collega di studio Giuseppe Mascolo) e Carlo Benedetti dell’Aquila, quest’ultimo presidente del Consiglio comunale.

“Non è un segnale, faccio solo il mio lavoro e sono certo dell’innocenza di Riga, altrimenti sarebbe stato arrestato, parliamoci chiaramente”, ha detto Benedetti rispondendo ai cronisti che chiedevano se la difesa dell’ex vice sindaco sia anche un messaggio politico, visto che i due fanno parte della stessa maggioranza di centrosinistra.

“Ho molto fiducia in questa procura, ci lavoro quotidianamente e ci sono persone molto valide che hanno contribuito a che questa sia una città pulita. L’Aquila non è la città del malaffare”.

“Vorrei più precisione da parte dei media nazionali – ha concluso il legale – nel riportare questa vicenda giudiziaria e meno accanimento nell’indicare presunte colpevolezze”.

Sulle discrepanze nell’inchiesta evidenziate nei giorni scorsi anche dal sindaco dimissionario Cialente, Benedetti ha ricordato che “l’interrogatorio di Di Gregorio è durato 3 minuti, il tempo di prendere le generalità, e mi sembra che Placidi (Vladimiro, arrestato ai domiciliari, ndr) non fosse assessore, traetene le conseguenze, anche se ormai il dado è tratto”.

DI GREGORIO: “NON SO PERCHE’ SONO INDAGATO”

“Ho presentato una memoria per spiegare la mia posizione, per me molto chiara: non c’è la mia firma nella delibera con cui si autorizza il Sal (stato avanzamento lavori) di 1 milione 200 mila euro alla ditta Steda e neppure negli atti allegati”.

Così il dirigente del settore ricostruzione del Comune dell’Aquila, Mario Di Gregorio, sospeso dopo il coinvolgimento nell’inchiesta della procura, all’uscita dal Tribunale al termine dell’interrogatorio.

“Inoltre non ero il Rup, Responsabile unico del procedimento, che ha competenza di controllare gli atti contabili ed emettere il certificato di pagamento, e nemmeno dirigente di quel settore che doveva sottoscrivere la determina di liquidazione”.

Alla domanda dei cronisti sul perché allora è indagato, Di Gregorio ha risposto “chiedetelo ai pm, per me sono motivi ignoti e incomprensibili”.

Uno dei due avvocati difensori di Di Gregorio, Stefano Rossi, ha mostrato la delibera, che non reca la firma di Di Gregorio ma del direttore Vittorio Fabrizi. Proprio dalla questione relativa al Sal di oltre 1,2 milioni di euro, che la ditta Steda avrebbe incassato, ha innescato l’inchiesta, nata dal contenzioso su questo pagamento tra la stessa Steda e l’impresa Silva, che rivendica la somma. Di qui l’accusa di appropriazione indebita per l’amministratore delegato della Steda, Daniele Lago.

Duro l’altro avvocato di Di Gregorio, Massimo Manieri, che ha detto: “Si sta sputtanando questa città su fatti tutti da accertare, anche i media dovrebbero contribuire al chiarimento: gira un grosso livello di disinformazione a cui tutti quanti siete pregati di porre rimedio, anche oggi si è dimostrato che non c’è la responsabilità acclarata di uno degli indagati. Bisogna chiederci quale danno sta portando tutto questo clamore e come faremo a ripararlo quando tutto sarà chiaro”.

MENESTO’: “DENUNCIA PER CHI MI HA CALUNNIATO”

“Il mio assistito ha chiarito la sua posizione sottolineando di aver visto solo fatture regolari e che quindi non ha responsabilità”.

Lo ha detto Davide Zaganelli, legale dell’ingegnere di Perugia Fabrizio Menestò, uno degli otto indagati nell’inchiesta per presunte tangenti negli appalti per la ricostruzione, al termine dell’interrogatorio davanti ai pm titolari dell’inchiesta Antonietta Picardi e David Mancini.

Oggi pomeriggio sfileranno davanti ai pm altri soggetti come persone informate sui fatti.

“È entrato nell’inchiesta per le dichiarazioni di qualcuno che non ha raccontato come stanno le cose” ha continuato l’avvocato parlando di Menestò rispondendo alle domande dei cronisti sul perché il suo assistito sia coinvolto nelle indagini.

“Anche negli atti gli stessi pm scrivono – ha spiegato ancora Zaganelli – che sembrerebbe manomessa la contabilità”.

Menestò, tramite i propri difensori, inoltre, oltre all’avvocato Zaganelli anche Gian Luca Totani, al termine dell’interrogatorio ha sottolineato di avere “smentito documentalmente chi mi ha falsamente accusato al fine di non retribuire le mie legittime prestazioni professionali”.

“Ho dimostrato – ha aggiunto – di avere tenuto regolarmente la contabilità dei lavori di palazzo Carli, nonché di non avere manomesso la fattura incriminata con riferimento al conto corrente dedicato, come attestato dalla medesima fattura. Tanto è vero che il Comune dell’Aquila ha liquidato l’importo dei lavori dopo avere verificato la regolarità della contabilità e di detta fattura”.

“A questo punto – ha concluso Menestò – non mi resta che procedere con denuncia penale nei confronti di chi mi ha calunniato”.

IL GRANDE ACCUSATORE NON VERRÀ SENTITO

Non verrà sentito l’amministratore delegato della Steda Spa, Daniele Lago, grande accusatore degli amministratori comunali coinvolti, uno dei quattro indagati a piede libero che avrebbe dovuto essere interrogato oggi.

Come ha spiegato il suo avvocato, Massimo Carosi, “non ha nessuna ragione di essere riconvocato perché è stato ampiamente sentito e ha spiegato le sue ragioni. Lago ha dichiarato quello che, a sentire le dichiarazioni difensive dei colleghi, non verrà smentito nel senso che loro sono in grado di giustificare le dazioni di danaro”.

L’avvocato, nell’esprimere una sua opinione sull’inchiesta, ha sottolineato “l’opacità iniziale del meccanismo” chiedendosi inoltre il perché, “se l’affidamento diretto in deroga alle norme sugli appalti è stato stabilito in funzione di un accordo fra un ente pubblico, il Comune, e un ente privato, l’Ance, e quindi quell’attività di lobby è legittima, perché le ulteriori no?”.

CARDELLA: “NON C’È UN ‘SISTEMA L’AQUILA’ MA SOLO SINGOLI EPISODI”

“Non conosco un ‘sistema L’Aquila’, conosco solo singoli episodi”.

Lo ha affermato il procuratore della Repubblica Fausto Cardella ai giornalisti presenti.

Nessun commento invece su nuovi sviluppi delle indagini e sulle conseguenze politiche.

GLI ARRESTATI INTERROGATI GIOVEDI’ PROSSIMO

Gli interrogatori delle quattro persone finite agli arresti domiciliari, secondo l’ordinanza per 15 giorni, nell’inchiesta “Do ut des” della Procura dell’Aquila su presunte tangenti negli appalti della ricostruzione post sisma sono stati programmati per giovedì prossimo, 16 gennaio, dal gip del tribunale aquilano, Giuseppe Romano Gargarella.

L’INCHIESTA

Gli arrestati ai domiciliari sono Pierluigi Tancredi, 60 anni, attuale dirigente dell’Asl n.1, all’epoca dei fatti consigliere comunale delegato per il recupero e la salvaguardia dei beni costituenti il patrimonio artistico della città; Vladimiro Placidi (57), ex assessore comunale alla Ricostruzione dei beni culturali durante l’ultimo periodo del primo mandato del sindaco Cialente, nonché ex direttore del disciolto Consorzio dei beni culturali della Provincia dell’Aquila; Daniela Sibilla (38), dipendente del Consorzio beni culturali e già collaboratrice di Tancredi durante i suoi mandati di assessore, e Pasqualino Macera (56), all’epoca dei fatti funzionario responsabile Centro-Italia di Mercatone Uno Spa.

Intanto, due giorni fa gli uomini della Squadra Mobile della Questura dell’Aquila hanno ascoltato come persona informata sui fatti il vice direttore sanitario della Asl numero 1 Sabrina Cicogna, in relazione all’appalto per la ricostruzione del suo immobile gestito dal Consorzio Altomac, citato nell’ordinanza del gip tra gli episodi di favoritismi alla impresa Steda in cambio di tangenti, nonostante il lavoro non fosse andato a buon fine.