L’AQUILA – Le forti pressioni perché la Curia arcivescovile dell’Aquila diventasse soggetto attuatore della ricostruzione dei suoi beni ecclesiastici danneggiati dal terremoto del 6 aprile 2009 sono al centro dell’inchiesta “Betrayal” della procura della Repubblica del capoluogo, che ha portato a 5 arresti per tangenti negli appalti di ricostruzione, anche se non ci sono indagati all’interno del clero.

Un’attività di lobby portata avanti da 3 dei 5 indagati, l’ex vice commissario Luciano Marchetti, la funzionaria Mibac Alessandra Mancinelli e l’imprenditore della ditta Cai Massimo Vinci, che puntavano a ottenere rispettivamente incarichi, regalie e commesse per loro una volta cambiate le regole del gioco, visto che l’Arcidiocesi al suo interno non ha figure tecniche adatte a svolgere incarichi di questo tipo.

L’argomento è stato discusso, nel corso dell’incontro con la stampa di oggi, dal sostituto procuratore Antonietta Picardi.

“Il sistema L’Aquila non esiste e spieghiamo il perché – ha detto in avvio – Comune e governo sono riusciti a tenere ferma la staffa, ad andare dritti, sono riusciti a restare nella regolarità malgrado tentativi forti, pressioni continue e costanti oltre alle esigenze di ricostruzione e di normalità”.

Nella sua ordinanza, il giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Romano Gargarella, rileva infatti che alcuni degli indagati “si sono adoperati per redigere una proposta di modifica al dpcm Abruzzo (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, ndr) 4 febbraio 2013, al fine di far riconoscere la Curia come soggetto attuatore, in sostituzione della direzione regionale, per la ricostruzione degli edifici di culto di interesse storico artistico, al fine di evitare l’affidamento dei lavori tramite gare a evidenza pubblica”.

In particolare, scrive il gip, “il compito conferito alla Mancinelli da Marchetti è stato quello di occuparsi della stesura di una proposta di modifica normativa del testo di legge con l’aiuto del fratello, avvocato Piergiorgio Mancinelli”.

Ancora, “la Mancinelli prende l’incarico dal vescovo ausiliario, monsignor Giovanni D’Ercole, di consegnare due buste contenenti la proposta di modifica normativa: una diretta al presidente del Consiglio, Enrico Letta, l’altra diretta a Gianni Letta”.

Oltre alla bozza di testo normativo, nel plico una lettera di tutti i vescovi abruzzesi a Letta, pregandolo di perorare la causa del soggetto attuatore, ricordando che la stessa dinamica era avvenuta in terremoti precedenti.

Una missiva più volte citata dalla Curia nel corso delle polemiche dei mesi scorsi quando questo tentativo segreto è stato svelato: una scoperta che, appena resa nota, ha suscitato furiose polemiche del Comune. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, accusando sostanzialmente l’Arcidiocesi di voler fare affari.

A questa sfuriata si è opposto l’arcivescovo metropolita subentrato nel frattempo, monsignor Giuseppe Petrocchi. “Dalle intercettazioni – scrive sempre il Gip – è però risultato che l’arcivescovo Petrocchi ritenesse la Curia non in grado di essere soggetto attuatore”.

D’Ercole dice infatti, al telefono con Marchetti, che “fa fatica anche l’arcivescovo ad accettare questa linea perché lui ritiene che noi non siamo all’altezza di diventare soggetti attuatori”.

Ma la strategia prosegue. Il testo della lettera è oggi noto grazie all’indagato Vinci che, “entrato in possesso del plico, lo ha aperto leggendone ad alta voce il contenuto”, proprio vicino a una zona intercettata, “e ne ha tenuto una copia”.

“Chiediamo di essere riconosciuti come titolari e attuatori della ricostruzione – scriveva la Curia tra le altre cose nella lettera – Al riguardo ci sia permesso di allegare una proposta di possibile aggiunta dell’articolo 2 della legge del 4 febbraio 2013”.

“L’auspicata modifica normativa e il conseguente incarico che la Curia conferirebbe a Marchetti – secondo Gargarella – sono funzionali all’affidamento dei lavori della chiesa di Santa Maria Paganica, circostanza che consentirebbe alla Mancinelli di ottenere dalla cordata Vinci-Cricchi la corresponsione della restante parte della tangente, ammontante a 180 mila euro”.

Anche la pm Picardi in conferenza stampa ha parlato di “un tentativo di modifica del dpcm, dove si tentava di ottenere quantomeno per i beni ecclesiastici una modifica dell’articolo, con un 2-bis, e la si chiedeva alla presidenza del Consiglio. Questa modifica non è mai avvenuta e, malgrado ritardi e rallentamenti, si è riusciti a non sviare la regolarità del finanziamento pubblico”.

Prima ancora c’era stato un tentativo diverso. “Alcune chiese hanno le canoniche accorpate, che vengono considerate abitazione privata e si ha un incarico specifico per il progettista e la ditta secondo le regole per la ricostruzione privata – ha ricordato la Picardi – Si voleva considerare la chiesa come una pertinenza della casa privata, anche se la legge lo impedisce, tramite una modifica del dpcm”.

Questo avrebbe comportato l’affidamento diretto dei lavori invece che con una gara d’appalto, come avviene appunto per le abitazioni private. Ma anche questo tentativo iniziale è sfumato.

Il sostituto procuratore ha sottolineato che “il Comune dell’Aquila si è battuto fortemente in varie riunioni per dire che non avrebbe mai apposto la sua firma e il suo appoggio a questa forma di modifica, evidenziando l’irregolarità del modo di voler operare”.

Ecco perché, in definitiva, secondo la Picardi, “questa indagine, malgrado parli di corruzione, deve essere vista positivamente per la città dell’Aquila che ha retto e per l’ennesima volta lo abbiamo dimostrato”.

La Curia, comunque, non è stata coinvolta sul piano giudiziario, almeno in questo filone. “Quando alludevo alle persone a cui è stata carpita una naturale e fisiologica ingenuità mi riferivo proprio a quello”, ha detto il procuratore Fausto Cardella che poii ha precisato: “Le persone che hanno cura di anime sono tendenzialmente portate, lo dico con molta benevolenza, a essere ingenue e possono essere, così, preda di qualche facile speculatore”.

“La trattativa per arrivare alla modifica legislativa di per sé come lobbying non sarebbe illecita – ha chiarito l’altro sostituto David Mancini – ma se presa come un tassello di altre attività che hanno l’obiettivo di condizionare gli appalti, allora va considerata la ciliegina”.

Anche il comandante provinciale delle Fiamme Gialle, Giovanni Castrignanò, si è detto colpito dal “tentativo di variazione della normativa per cambiare il soggetto attuatore, portato avanti anche da personaggi di un livello e spessore per cui uno può sorprendersi”.