PESCARA – “Trascolorare: come per l’arco della luce, questo è il verbo distintivo della vita umana”.
Sono le parole Daniele Pieroni, pescarese di 62 anni, poeta e scrittore, primo caso di suicidio medicalmente assistito in Toscana dopo l’approvazione a febbraio della legge regionale, poi impugnata dal governo. Deceduto per sua scelta e serenamente nel suo appartamento a Chiusi, in provincia di Siena.
Pieroni, che soffriva di Parkinson da 17 anni e per una grave disfagia, era costretto a vivere con la Peg in funzione per 21 ore al giorno, aveva dolori lancinanti alla schiena e ogni minimo gesto quotidiano e anche il più banale, gli provocava sofferenze. Aveva presentato richiesta di suicidio assistito all’Azienda Sanitaria Regionale Toscana, che l’aveva accettata.
Si è autosomministrato il farmaco. ‘Abbiamo colmato un vuoto’, rivendica il presidente della Toscana Eugenio Giani, in attesa della decisione della Corte Costituzionale sul ricorso del governo.
Di Daniele Pieroni restano le sue parole, profeticamente dedicate alla morte.
“Trascolorare: come per l’arco della luce, questo è il verbo distintivo della vita umana. L’anima, supposta in altri tempi e da altre menti migratrice tra le specie, conosce già l’esperienza del distacco, cosa voglia dire entrare in una stanza, spogliarsi d’ogni paramento, per far ingresso in una successiva, dove la disposizione muta e si stempera il legame con le cose.
L’anima, supposta in altri tempi e da altre menti migratrice tra le specie, conosce già l’esperienza del distacco, cosa voglia dire entrare in una stanza, spogliarsi d’ogni paramento, per far ingresso in una successiva, dove la disposizione muta e si stempera il legame con le cose.
La morte non spaventa l’anima perché non la disunisce dal lungo respiro del mondo, anzi è ‘cosa bella’ perché concede una visione del sublime che agli occhi non riesce.
I patimenti dovuti ai sensi trovano soluzione in una notte oscura che è solo l’andito di un’altra stanza, la porta ancora chiusa d’una dimora più ampia, perché più spoglia e d’un colore più quieto, perché libero da compiti imitativi.
E forse, al dunque, è tutto qui: quando si cessa d’imitare, ovvero d’essere qualcuno, quando si è quasi nulla, l’anima varca l’ultima soglia, oltre cui c’è un trionfo che non richiede forme scelte, né si cura dello stile. E’ inofficiabile sacramento della luce che infine onoro tacendo e lasciando questa stanza con un punto.
La luce, il suo trascolorare, che non è per l’anima la fine di tutto il precipitare in una notte oscura ma solo l’entrata in una dimora più ampia , resa sublime da un colore più quieto.”





