L’AQUILA – “Se il coronavirus ci sta costringendo a stare a un metro e mezzo di distanza, a isolarci dal mondo, paradossalmente, qui a Milano la solidarietà e il mutuo aiuto ci rende più vicini”.

La nota a margine nell’infuriare di una pandemia, è di Cesidio Angelantoni, 47 anni, graphic designer e illustratore aquilano, che dal 2004 si è trasferito per lavoro a Nova Milanese. 

Ancor prima delle ordinanze del presidente del Consiglio che ha disposto draconiane misure restrittive anche nella sua città, per poi estenderle a tutta Italia, da casa è uscito pochissimo, e come lui mglie e figlia. Anche perchè Cesidio lo smart working lo pratica da anni. E per senso civico di un meridionale trapiantato a Nord, non ci ha nemmeno pensato di tornare in Abruzzo per fuggire dalla zona rossa, come molti altri invece hanno fatto. 

“Già quando il contagio dal lodigiano ha cominciato ad estendersi nel milanese – spiega Angelantoni -, ammetto che l’istinto era quello di allontanarsi, di fuggire. I miei familiari in Abruzzo mi avevano chiamato, invitandomi a tornare. Ma non l’ho ritenuta una scelta saggia. Avrei rischiato di portarmi dietro a mia insaputa un amico indesiderato, questo maledetto virus, e magari trasmetterlo a mia madre, a mia sorella, ai tanti amici che avrei rivisto con piacere”. 

“Molti però non hanno fatto questa scelta – prosegue Cesidio -, anche persone di mia conoscenza. I treni sono stati presi d’assalto, appena si sono diffusi i contenuti del decreto dell’8 marzo, a causa di una fuga di notizie gravissima, avvenuta qualche ora prima. Chi è tornato a Sud non poteva non essere consapevole di poter essere potenzialmente un veicolo per il virus”. 

Cesidio tutto intorno a sé ha visto nel giro di poche settimane il mondo trasformarsi. 

“Oggi si è registrato il primo caso di coronavirus qui a Nova Milanese. E questo non fa che aumentare la preoccupazione, e la paura. Qui l’escalation si è verificata negli ultimi giorni. Molte Molte aziende stanno facendo ricorso allo smart working, altre stanno valutando una possibile chiusura per fronteggiare, oltre al contagio anche uno scarso approvvigionamento di materiale proveniente dai paesi asiatici. Ieri sono uscito per fare la spesa settimanale e molti articoli non si trovano tra gli scaffali. Tutti o quasi hanno le mascherine. Tutti rispettiamo le distanze di sicurezza. Quasi tutti i negozi hanno abbassato le saracinesche, di fatto a rimanere aperte sono solo i supermercati, le farmacie e poco altro. Fa effetto vedere le strade deserte. La protezione civile, munita di megafoni, gira per i quartieri, ricordando quali sono le norme comportamentali da adottare, tipo lavarsi le mani e quello che prescrive l’ordinanza del governo. È uno scenario surreale, sembra di essere dentro un fumetto di fantascienza”. 

Allargando lo sguardo Cesidio ritiene che “il governo abbia agito in modo corretto, vista l’enormità di quello che ci sta capitando. In Cina, da dove è partito il contagio, è tutto più facile. Lì non si fanno tante discussione, essendo un regime, e stanno uscendo dall’emergenza con misure drastiche, non tanto diverse da quelle che si sono adottate qui. Hanno pure dimostrato che si può costruire un ospedale in dieci giorni. Impressionante, anche nell’efficiente Lombardia ci vorrebbero forse mesi, ad essere ottimisti, anche agendo in somma emergenza”.

E a proposito di ospedali:  “Quello che mi fa rabbia, è che in tutte le manovre economiche degli ultimi anni hanno avuto come obiettivo di smontare e ridimensionare la sanità pubblica. Che ora anche in Lombardia è in difficoltà, e rischia di collassare, se la pandemia non si arresta. Spero sia di lezione per il futuro: la sanità pubblica è un patrimonio prezioso che va preservato e potenziato, e che deve rimanere pubblica, altro che tagli e dare spazio crescente ai privati”. 

Ma c’è una lezione ancora più importante che il coronavirus, nonostante tutto, lascerà dietro di sè, quando tutto finirà.

“Vedo crescere la solidarietà tra le persone. Qui da me si sono creati gruppi spontanei di cittadini ad esempio, portano la spesa alle persone molto anziane, che è importante che non escano di casa per nessuna ragione, essendo i soggetti a rischio. E tante altre iniziative, non imposte dall’alto per aiutarsi a vicenda, per quel che si può in questa situazione surreale”. 

Ultima domanda, banale ma obbligatoria: ti manca l’Abruzzo?

“Avevo programmato da tempo di tornare per le vacanze pasquali – risponde Cesidio -, ma temo che non sarà possibile. L’emergenza non finirà tanto presto. Pazienza, sarà per un’altra volta. Passerò la pasquetta qui a casa, invece che davanti a una bella arrostata con amici e parenti sulle mie montagne. E una volta tanto, se puntualmente a pasquetta pioverà e farà brutto tempo, non sarà una jattura”.