L’AQUILA – Il nuovo capitolo della lotta al Coronavirus si apre al termine di una serata movimentata, quella appena trascorsa: sono da poco passate le 2 quando le misure straordinarie disposte con il nuovo decreto firmato dal premier Giuseppe Conte, sostanzialmente invariato rispetto alla bozza diffusa anzitempo che ha portato frotte di persone ad affollare i treni in partenza da Nord verso il Sud Italia, vengono comunicate in un clima di caos generale, disorientando ulteriormente i piccoli imprenditori di un Paese che deve fare i conti con un’emergenza senza precedenti.
Dall’Abruzzo si alza così il grido di allarme di commercianti e titolari di attività che denunciano un calo di oltre il 40 per cento sugli incassi, già a seguito della decisione di chiudere tutte le scuole e le università d’Italia, e parlano di pericolo letale per l’economia locale.
Misure stringenti non solo per le cosiddette “zone rosse” ma per tutto il territorio nazionale che rischiano di compromettere i precari equilibri raggiunti giorno dopo giorno con sacrificio da chi al mattino alza quella famosa “serranda” e crea lavoro per sé e per gli altri e che pure, nonostante questo, si rende conto dell’eccezionalità della situazione e sarebbe disposto ad attenersi alle direttive di buon grado se solo i passaggi fossero chiari e venisse fuori un paracadute per chi ha paura di non riuscire a portare il pane a casa.
“Stiamo subendo ripercussioni importanti, forse sottovalutate fino a poche ore fa: l’economia del nostro territorio, già in ginocchio nella maggior parte dei casi, ha subito l’ennesimo duro colpo – si sfoga ad AbruzzoWeb Marcello Mazzullo, titolare della ‘Pizzeria universitaria’, che si trova a Coppito, nei pressi di diverse sedi delle facoltà dell’Aquila – Personalmente ho registrato un calo degli incassi che supera il 40 per cento da quando hanno decretato lo stop a tutte le lezioni e le attività scolastiche”.
L’uomo lancia un appello a tutte le istituzioni, affinché “le piccole, medie e le grandi imprese non vengano abbandonate in questo periodo difficile per tutti” e sottolinea che “con il primo decreto, hanno chiuso le scuole, ma hanno lasciato aperte le palestre e le discoteche, sperando che venissero risepettate le norme, come per esempio la distanza tra le persone”.
Ora, aggiunge, “davvero credevano che in discoteca venissero rispettate le distanze? È una presa in giro”, spiega ancora.
Ad oggi però con il nuovo Dpcm, valido per tutta Italia, “sono sospese le attività di pub, scuole da ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati”, mentre “i gestori di attività di ristorazione possono continuare a tenere i locali aperti, a condizione che garantiscano la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, pena sanzione in caso di violazione. Stesso discorso per palestre e piscine, che possono continuare a stare aperte a patto che i frequentatori siano distanziati gli uni dagli altri”.
Misure che si prestano però a varie interpretazioni e che lasciano più di qualche dubbio, situazione che ha portato non poca confusione, con amministratori e commercialisti che da subito hanno cominciato a studiare il testo per evitare disagi e limitare rischi. E intanto il Governo per arginare incomprensioni e scongiurare che arrivi il colpo di grazia – il Dpcm prevede pesanti sanzioni in caso di violazione delle norme – va avanti in queste ore con le riunioni tecniche volte a chiarire definitivamente ogni aspetto.
Ancora più complicata la situazione per i locali che somministrano alimenti e bevande.
Bando ai locali notturni, in sostanza per evitare un pericoloso assembramento, ma le sfumature sono le più disparate. Emblematico il caso dei pub che, seppur da decreto dovrebbero abbassare le serrande, quando svolgono anche la funzione di ristorazione possono restare aperti con qualche limitazione.
Lo stesso vale per la stessa tipologia di pub abruzzesi che continueranno a stare aperti ma effettuando solo servizio ai tavoli, dunque, non al bancone, con posti limitati, preferibilmente su prenotazione. Una boccata d’ossigeno per chi aveva temuto il peggio: “Siamo pronti e disponibli a contrastare ogni possibile rischio per la salute e lavoreremo rispettando alla lettera il decreto – fanno sapere dai pub aquilani – Anche se la prospettiva non è delle più rosee, la circostanza richiede sacrifici che siamo disposti a fare pur di lavorare, ovviamente con responsabilità”.
Per quanto riguarda i bar, invece, “abbiamo recepito le limitazioni che sono state imposte, come la distanza di sicurezza, ma è ovvio che non sarà facile metterle in atto – spiega il titolare di un bar – Per quanto potremo ci impegneremo al massimo ma è fondamentale la collaborazione dei clienti. Perché a rischiare siamo noi per primi”.
Con la pubblicazione del primo Dpcm, recepito inizialmente con qualche difficoltà, come denunciato dalle stesse associazioni di categoria, diverse palestre del capoluogo abruzzese hanno deciso di ribadire a tutti gli iscritti le regole per poter proseguire l’attività nel migliore modo per tutti e in sicurezza, prendendo a loro volta, misure eccezionali.
Ma se molte strutture hanno ridotto il numero dei partecipanti ai corsi, controllando che anche negli spogliatoi tutti rispettassero le linee guida del Ministero della Salute, dell’Iss e dell’Organizzazione mondiale della Sanità, oltre che del Governo, altre “hanno lasciato correre, incuranti di possibili conseguenze”, denuncia una lettrice. Un altro racconta del “pienone nei corsi, in particolare in quello di Spinning, in alcune strutture sportive aquilane”.
Difficile anche la situazione per alcuni professionisti, per esempio per le estetiste, che sono a stretto contatto con tutti i clienti: anche qui, se molti titolari hanno scelto di munirsi di mascherine e guanti, seguendo passo passo i consigli degli esperti, altri hanno deciso di “far finta di nulla per non spaventare le clienti – denuncia un’aquilana – In un centro in particolare il titolare ha vietato alle dipendenti di utilizzare ‘le protezioni’, per non modificare l’approccio con i clienti per non alimentare il panico. Giusto da un lato – aggiunge – ma potenzialmente pericoloso dall’altro”.
Meno problematica a prima vista la situazione nei negozi, “ma siamo sempre a contatto con il pubblico – spiega la titolare di un punto vendita di abbigliamento – Abbiamo registrato un notevole calo delle vendite in questi giorni ma, tutto sommato, siamo riusciti ad evitare misure più drastiche, quindi ci atteniamo alle norme. Non è sempre facile però far capire a chi entra che ci sono delle distanze da rispettare, condizione fondamentale per noi che lavoriamo e per i clienti che nonostante le difficoltà ci vengono a trovare. Se potessi chiuderei anche, ma come metterei il cibo in tavola? Ad oggi non abbiamo nessuna garanzia, le perdite resteranno tali, ma intanto dovremo continuare a pagare le tasse e provvedere alle spese. E’ davvero difficile”.
E mentre i commercianti fanno i salti mortali per non mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini c’è chi, in barba ai decreti, molla tutto e si sposta dalle zone a rischio per tornare al sud. Sono ancora vive nella mente le clamorose immagini della scorsa notte, con centinaia di persone che hanno invaso le stazioni ferroviarie di Milano, e non solo, per far ritorno a casa prima che il decreto diventasse effettivo.
Scene che hanno scatenato un acceso dibattito e profonda indignazione dopo che è stata diffusa, chiaramente senza autorizzazione, la bozza del Decreto che sancisce la “chiusura” della Lombardia e altre 14 province (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano Cusio Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia).
Lavoratori e studenti fuori sedesi sono così riversati in strada per raggiungere via ferro e via gomma le loro case a Sud generando un incredibile paradosso che si traduce in un reale pericolo proprio in un momento in cui l’attenzione dovrebbe essere ai massimi livelli. Tanto che i presidenti delle Regioni del Centro e del Sud, tra cui il governatore della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, si sono visti costretti a disporre controlli alle stazioni per le persone in arrivo e la quarantena per chi proviene dal Nord.
Molti, soprattutto dopo il nuovo decreto, più restrittivo rispetto al primo, hanno scelto ugualmente di tornare nei propri paesi, partendo proprio dalle “nuove zone rosse”, soprattutto dalla Lombardia.
“Anche prima di questa misura – racconta ad AbruzzoWeb una cittadina – moltissime persone sono tornate in Abruzzo, studenti e lavoratori. Le istituzioni hanno più volte fatto appello alla sensibilità e al senso di responsabilità di ognuno di noi, ma cosa hanno risolto? Siamo un popolo responsabile? I primi casi di contagio nella nostra regione si sono registrati proprio per colpa della poca responsabilità da parte di alcune persone, forse se avessimo avuto delle norme più dure prima, avremmo capito tutti che questo virus è pericoloso, non sarà letale, sarà ancora da studiare, ma comunque è pericoloso”.
Intanto, già nelle scorse settimane, il presidente del Consiglio ha annuciato un piano straordinario da 7,5 miliardi, per evitare il baratro della recessione, e anche a sostegno delle imprese, si registrano le prese di posizione sempre più allarmate di Confartigianato, Confindustria, Confocmmercio e Ance L’Aquila.
Le associazioni di categoria parlano di “pesanti effetti economici sull’artigianato e sulle piccole imprese a causa dell’emergenza in atto”, sottolineando che “sono a rischio centinaia e centinaia di attività e migliaia di lavoratori”: per Confartigianato sono quasi 10mila le imprese artigiane abruzzesi maggiormente esposte rispetto agli effetti derivanti dall’emergenza Coronavirus, per un totale di 22.884 addetti; quelle interessate dalla domanda turistica sono 4.637.
Ci sono stati segni di flessione nell’ultimo trimestre del 2019 e una riduzione degli occupati a gennaio di quest’anno, ma – è l’allarme lanciato tra le righe – ci si aspetta un ribasso dell’attività legata alla diffusione del contagio da Coronavirus e alle misure per il contenimento di questo contagio.
“L’economia italiana – scrive l’Istat – si affaccia a questa fase di forte instabilità con livelli di attività che, nell’ultimo trimestre del 2019, hanno mostrato diffusi segni di flessione. Nel quarto trimestre, il prodotto interno lordo ha registrato una variazione congiunturale negativa pari allo 0,3%”.
Anche Moody’s è pessimista: “L’economia italiana è probabilmente in recessione”, scrive l’agenzia di rating prevedendo una probabile contrazione del Pil nel primo trimestre, e tagliando – nello scenario di base dell’evoluzione del coronavirus – a -0,5% la stima di crescita per il 2020, dal precedente +0,5%.
Nello scenario peggiore, che prevede un impatto più prolungato del coronavirus, la stima per l’economia italiana arriva a -0,7%.
Intanto, a gennaio le vendite al dettaglio sono rimaste stabili rispetto a dicembre in valore (+0,1% in volume), mentre sono avanzate dell’1,4% rispetto a gennaio del 2019, ma il mese oggetto della rilevazione non ha risentito ancora dell’emergenza sanitaria.
La Confesercenti calcola che le perdite legate ai mancati consumi possano essere di circa quattro miliardi entro giugno con il rischio che aumentino se l’emergenza dovesse proseguire.
E il quadro non sembra migliorare.





