POPOLI – Nuovo clamoroso colpo di scena nella “guerra abruzzese delle acque minerali”: il Tar di Pescara a seguito del ricorso della Santa Croce dell’imprenditore molisano Camillo Colella, ha annullato ieri, per la seconda volta, il bando di gara della Regione Abruzzo, per l’assegnazione della sorgente Sant’Angelo di Popoli, da tre anni utilizzata in proroga dalla San Benedetto e in gara per la conferma.

Una decisione che arriva oltre due anni e mezzo dalla sospensione del bando del luglio 2019.

I giudici amministrativi hanno ieri accolto dunque le argomentazioni degli avvocati della Santa Croce Claudio e Matteo Di Tonno, ovvero che, come nel primo bando, anche il secondo  bando della Regione è discriminatorio nei confronti dei concorrenti diversi dalla San Benedetto già concessionaria, in quanto nell’area da dare in concessione avviene anche l’imbottigliamento della  sorgente della San Benedetto Valle Reale e scrivono i giudici, “appare pertanto evidente per come individuata l’area di concessione non possono coesistere il diritto del concessionario di realizzare manufatti per l’imbottigliamento e quello del concessionario limitrofo di mantenere lo stabilimento preesistente”. Evenienza che “fa apparire senz’altro in una posizione di vantaggio il concessionario che già dispone e conserverebbe uno stabilimento in quella stessa area impedendo così ad altri realizzarne uno proprio”.

I destini dei due player dell’acqua minerale si stanno incrociando anche a Canistro, in provincia dell’Aquila, dove su ricorso questa volta della San Benedetto, il Tar il 18 giugno scorso, ha annullato l’assegnazione provvisoria  della sorgente Sant’Antonio Sponga alla Santa Croce, nella gara indetta dalla Regione nel 2019, contestando il punteggio attribuito dalla commissione e si attende ora l’esito del ricorso al Consiglio di Stato del sodalizio di Colella.

La Santa Croce è la ex concessionaria della stessa sorgente, la cui acqua da circa sei anni finisce nel fiume Liri con i 75 operai a casa senza ammortizzatori sociali e con mancati incassi milionari da parte della Regione Abruzzo. Questo perché, circa sei anni fa, per un ricorso dello stesso ente regionale e del Comune di Canistro, è stato interrotto l’imbottigliamento dell’acqua Santa Croce dalle sorgenti Sant’Antonio Sponga con la negazione di proroghe in attesa di nuovo affidamenti.

A differenza, di quello che è avvenuto, ha più volte lamentato Santa Croce, con le sorgenti di Popoli, dove San Benedetto ha ottenuto le giuste proroghe dell’attività.

Tornando dunque alla sorgente Sant’Angelo: il primo bando era stato indetto dalla Regione Abruzzo nell’ottobre 2018 concedendo la proroga tecnica alla San Benedetto Spa per garantire la continuità produttiva la difesa dei livelli occupazionali, “fino al completamento della procedura di assegnazione”.

Il Tar di Pescara, su ricorso della Santa Croce, che aveva partecipato alla gara, a gennaio 2019  ha sospeso il bando in quanto i concorrenti non avrebbero avuto la possibilità in caso di aggiudicazione, di realizzare le infrastrutture necessarie ad estrarre, imbottigliare e stoccare l’acqua, visto che sono già presenti in loco le strutture utilizzate dalla San Benedetto, non inserite nell’elenco dei beni messi a bando.

Incerta è stata poi ritenuta poi la clausola sociale, che garantisce i sensibili sconti dei canoni di concessione (da 4 euro a 0,30 ogni mille litri di acqua), in cambio dell’eventuale riassunzione del personale già impiegato nel sito di Popoli. Il problema però è che formalmente il sito produttivo della Sant’Angelo non ha dipendenti, che hanno contratti con la controllata Gran Guizza, e dunque un concorrente diverso dalla San Benedetto, non potrebbero inserire la loro assunzione in un eventuale piano industriale, dovendo così rinunciare in partenza a ben 25 punti.

La Regione a febbraio 2019 la Regione ha revocato in autotutela il bando, e ne ha indetto un secondo nel maggio 2019, con in gara sempre la San Benedetto e la Santa Croce, la quale, ritenendo che poco o nulla fosse cambiato rispetto al bando precedente, ha fatto un nuovo ricorso e ancora una volta il Tar gli ha dato ragione, con la sentenza del luglio 2019.

Il Tar ha così imposto alla Regione la nomina di un “verificatore”, proveniente dalla Regione Emilia Romagna, con l’incarico di individuare, all’interno di tutto il perimetro della concessione, le opere da ritenersi pertinenziali e quindi da ricomprendere nell’oggetto della concessione. Oggi l’epilogo. Anche questo secondo bando è stato annullato e nella sentenza di ieri “si impone l’obbligo della regione di rivalutare le intere aree da affidare in concessione, le opere  e stabilimenti su di essi esistenti, ivi inclusi, in modo più approfondito, la variabilità ai fini della effettiva utilizzazione delle acque delle due concessioni in modo distinto e autonomo, in modo da consentire quantomeno a qualsiasi aggiudicatario, a parità di condizioni e agevolmente, di realizzare sull’area così individuata le opere funzionali non sono all’estrazione ma anche allo sfruttamento economico dell’acqua minerale, e non porre il controinteressati in una situazione di obiettiva vantaggio quale quello descritto”.