L’AQUILA – “Agli inizi di dicembre 2016 quasi tutti i lavoratori hanno ricevuto la comunicazione di licenziamento da parte dell’azienda. Noi licenziati vogliamo informarvi e denunciare che la terribile condizione di disoccupati è pesantemente aggravata dal fatto che il nostro ex datore di lavoro non ci ha corrisposto ben cinque mensilità di stipendi”.

Così in una nota inviata alle istituzioni, i “lavoratori senza lavoro e senza stipendio” della Santa Croce spa, l’azienda che fino ad un anno fa aveva la concessione della sorgente Sponga di Canistro (L’Aquila), che sono prossimi al licenziamento. La società dell’imprenditore molisano Camillo Colella, ha messo in mobilità i 75 dipendenti dopo che la Regione Abruzzo ha revocato la concessione per irregolarità del Durc, rilievi rispediti al mittente dalla spa, trasferendo provvisoriamente l’attività in Molise.

Con una precedente nota i lavoratori, oramai ai ferri corti con la proprietà, hanno replicato con durezza all’imprenditore molisano che aveva annunciato di aver denunciato alle autorità competenti, “furti di rame e danneggiamenti all’interno dello stabilimento” e anche di essere stato costretto “con la mia famiglia ad uscire nascosto in un’auto dei carabinieri”, visto che “c’era sempre il solito gruppo di persone che non ci permettono di lavorare, bloccando entrate e uscite”, evidenziando che “io, la mia famiglia, i dipendenti e i fornitori non ci sentiamo sicuri”. I lavoratori definiscono “Sconcertante, a tratti offensiva” la denuncia di Colella, che “dipinge un’atmosfera tetra, densa di timori, indegna della storia della Santa Croce e dei suoi dipendenti”. Tra l’azienda e la regione, va anche ricordato, è in atto da tempo un duro contenzioso, mentre la Regione nelle passate settimane ha lanciato un nuovo bando sul quale pesa il pronunciamento del Tar, che si riunirà l’8 febbraio prossimo, al quale si è rivolto la stessa Santa Croce.

I lavoratori si appellano ora, con la lettera inviata al presidente della Regione Luciano D’Alfonso, al vicepresidente Giovanni Lolli, al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio, al sindaco di Canistro Angelo Di Paolo, al prefetto Giuseppe Linardi, al presidente della federazione Mineracqua Antonio Pasquale,  affinché intervengano per evitare “che la situazione possa assumere risvolti non facilmente prevedibili”. I lavoratori vogliono informare “come sia peggiorata la nostra condizione e il conseguente livello di disperazione raggiunto”.

“Ci troviamo, quindi, senza lavoro e senza soldi, giunti a questo punto, dopo aver dato fondo a tutti i nostri risparmi, non siamo più nelle condizioni di far fronte agli impegni assunti con i mutui, con i pagamenti delle tasse, dei tributi e delle bollette; ma, cosa ancor più grave, non riusciamo più a garantire nemmeno le elementari esigenze dei nostri figli e delle nostre famiglie – continua la nota che attacca l’azienda -. Non meritiamo tutto ciò. Abbiamo speso le nostre migliori energie lavorando sodo e l’azienda, oggi, non solo non ci rende il frutto del nostro onesto lavoro ma ci nega persino il dialogo. I suoi rappresentanti si sottraggono sistematicamente ad ogni nostro tentativo di confronto e di colloquio. Gli unici canali di ‘comunicazione’ dei vertici aziendali sembrano essere quelli all’interno dei tribunali, dove la nostra voce non può neanche arrivare”.

 Secondo i dipendenti della Santa Croce, “dobbiamo dolorosamente constatare che l’acqua minerale della fonte di Canistro, ossia la risorsa più preziosa del nostro territorio, a seguito di tutte le vicende burocratiche e giudiziarie, invece di garantirci un dignitoso sostentamento, sta diventando la nostra maledizione incomprensibili ritardi e infiniti, strumentali, contenziosi impediscono la giusta valorizzazione di questa risorsa naturale e rischiano di allontanare coloro i quali su quest’acqua e sulla nostra professionalità vogliono seriamente scommettere e investire. Tutto ciò, mentre la pregiata acqua si disperde quotidianamente nell’ambiente”.

Nella precedente lettera invece i dipendenti che stanno ultimano le pratiche per ottenere i nuovi ammortizzatori sociali, e sono pronti a venire in forze all’Aquila in occasione dell’udienza del Tar, chiedono provocatoriamente: “È questo il paese civile di cui Colella si duole? Un paese dove, se i dipendenti attendono fuori lo stabilimento un imprenditore, che si nega loro ripetutamente, affinché vengano ascoltati, destano insicurezza? Dove le richieste, educatamente avanzate da un gruppo di lavoratrici (e si è scelto la “rappresentanza rosa” proprio per evitare scontate insinuazioni), destano paura? Perché l’imprenditore si appropria anche dell’insicurezza e della paura?”

“Sono stati d’animo – proseguono i lavoratori – che, chi costruisce muri e nega un civile confronto, non può avanzare, perché altrimenti si aggiungerebbe al danno anche la beffa! Paura, insicurezza sicuramente, invece, appartengono al quotidiano dei 75 dipendenti (ex) della Santa Croce, così come vi appartengono gli stipendi ed anche una buona dose di responsabilità e di dignità che li ha portati a richiedere, un incontro con il Prefetto di L’Aquila”. Filippo Tronca