L’AQUILA – “La Corte ritiene che non possa essere ragionevolmente messa in dubbio la credibilità soggettiva e oggettiva di Angelini”.

È uno dei passaggi fondamentali delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “Sanitopoli” abruzzese che, con gli arresti del 14 luglio 2008, decapitò la Giunta regionale di centrosinistra guidata da Ottaviano Del Turco.

Il verdetto di Appello, emesso dal Collegio presieduto dal giudice Luigi Catelli (a latere Luigi Cirillo e Armanda Servino), ha portato lo scorso 20 novembre a una sensibile riduzione di pena nei confronti di molti dei 23 imputati.

Il processo di primo grado si era concluso con 9 condanne, 12 assoluzioni e tre casi di intervenuta prescrizione.

Alcune tra le altre condanne: Camillo Cesarone 4 anni, Lamberto Quarta 3 anni, Luigi Conga 3 anni, Bernardo Mazzocca 2 anni e 1 mese, Angelo Bucciarelli 2 anni, Antonio Boschetti 1 anno e 8 mesi.

Quanto a Del Turco, ex ministro delle Finanze e presidente della commissione parlamentare Antimafia, in particolare è stato condannato per associazione per delinquere per induzione indebita, (la vecchia concussione per induzione, modificata dalla legge Severino) a 4 anni e 2 mesi di carcere.

In primo grado, il 22 luglio 2013, era stato condannato a 9 anni e 6 mesi.

Il riferimento nelle motivazioni è al grande accusatore, l’ex imprenditore della sanità privata Vincenzo Maria Angelini, ex patron del gruppo Villa Pini, sulle cui accuse sono scattati gli arresti.

Angelini in appello è stato assolto dall’accusa di corruzione mentre in primo grado era stato condannato a 3 anni e 6 mesi.

Secondo la Corte, “la questione sollevata da molte delle difese degli imputati appellanti e relativa alla qualificazione di Angelini in termini di chiamante in reità o in correità non assume un particolare rilievo nella presente vicenda processuale per più ordini di ragioni”.

A tal proposito i giudici osservano che “pur essendosi sempre dichiarato e ritenuto vittima di fatti concussivi o, comunque, illeciti commessi da altri nei suoi confronti, Angelini ha, in concreto, con le sue dichiarazioni, riferito fatti oggettivamente tali da esporlo a possibili accuse a suo carico, cosa poi effettivamente verificatasi sia nell’ambito del presente processo, sia attraverso l’accertato avvio, da parte di altre autorità giudiziarie, di ulteriori procedimenti penali nei suoi riguardi (per esempio per il reato di bancarotta fraudolenta, processo quest’ultimo già definito in primo grado), comunque collegati alle vicende dell’attuale procedimento penale”.

Angelini è stato, infatti, condannato a 10 anni di reclusione dal tribunale di Chieti per bancarotta fraudolenta legata al fallimento del gruppo Villa Pini.

Sotto il profilo della “credibilità soggettiva” di Angelini e, in particolare, della sua “personalità”, i giudici aquilani osservano che “seppure non può sottacersi come, in base al suo stesso racconto e al di là di quanto dal medesimo sostenuto, emerga non solo un quadro di diffusa illiceità di comportamenti tenuti da quest’ultimo, negli anni in riferimento, nei rapporti con politici e amministratori regionali, tutti connessi alla sua attività imprenditoriale nel campo della sanità privata, ma anche una oggettiva rilevante attività di distrazione di denaro contante dalle casse e dai conti delle proprie aziende, attività quest’ultima in parte anche oggetto di imputazioni nel presente procedimento, tuttavia, a giudizio della Corte, tale rilievo non può, di per sé, ritenersi come necessariamente sintomatico di complessiva inattendibilità del narrato, dovendo e potendo in proposito soccorrere comunque l’esame degli ulteriori criteri valutativi come in precedenza richiamati, quali delineati dalla giurisprudenza di vertice”.

D’altra parte, sempre secondo il Collegio giudicante, “non può sottacersi che, in ogni caso, Angelini ha finito con l’esporre circostanze e fatti comunque vissuti in prima persona e che, al di là della qualificazione a essi attribuita dal chiamante in termini di liceità del proprio comportamento, egli non poteva ragionevolmente ignorare che avrebbero potuto assoggettarlo, come poi di fatto avvenuto, a conseguenze personali anche sul piano penale”.

Per quanto riguarda la credibilità oggettiva di Angelini, la Corte sostiene che le sue dichiarazioni “rispondono positivamente al requisito della precisione, avendo quest’ultimo fatto riferimento, nel suo narrato, a fatti e circostanze precisi che trovano un significativo aggancio nel succedersi delle vicende politiche, legislative e amministrative relative al periodo di volta in volta interessato dalle sue dichiarazioni”.

LE REAZIONI

DEL TURCO: ”ACCUSA DEMOLITA, ASSOLUZIONE TRAVESTITA DA CONDANNA”

“L’accusa risulta semplicemente demolita da questa sentenza, che a me pare piuttosto una sentenza di assoluzione travestita da sentenza di condanna”.

Lo scrive in una nota l’ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, commentando le motivazioni della Corte d’Appello dell’Aquila della sentenza di secondo grado del processo “Sanitopoli”. Del Turco è stato condannato a 4 anni e 2 mesi di reclusione, il suo reato riqualificato in induzione indebita, la vecchia concussione per induzione modificata dalla legge Severino.

“Il signor Angelini aveva raccontato di essere stato costretto per ben 27 volte a portarmi affannosamente denaro nella mia casa di Collelongo – ricorda – La Corte ha ritenuto insussistenti ben 23 episodi contestati in 18 capi di imputazione”.

“Dunque, di 6,2 milioni di euro che questo signore ha raccontato di avermi consegnato in poco meno di due anni, la Corte di Appello ne salva una quota irrisoria – prosegue l’ex governatore – è superiore alle mie capacità di comprensione come sia anche solo astrattamente possibile selezionare quattro episodi asseritamente corruttivi, tra di loro temporalmente isolati, senza nessuna logica o coerenza rispetto alla attività amministrativa espletata dalla mia Giunta, ritenendoli provati, e, al tempo stesso, giudicati insussistenti gli altri 23, fatta salva comunque la credibilità del mio accusatore”.

Confermando la volontà di proseguire la battaglia, Del Turco annuncia che “di ciò si occuperanno i miei difensori nel ricorso per Cassazione, che si celebrerà a Roma, lontano, per quanto possibile, dalle atmosfere, dagli umori, dai condizionamenti, che hanno pesato come macigni sulla dinamica degli atti processuali”.

L’ex ministro definisce, poi, “ancora più incredibili le strabilianti dichiarazioni di chi ha detto, all’indomani della lettura del dispositivo, che la sentenza avrebbe nella sostanza fatto salvo l’impianto accusatorio, considerate, inoltre, le assoluzioni da tutti gli altri reati di falso e abuso in atti di ufficio per i quali io e la mia Giunta eravamo pure stati condannati in primo grado”.

La speranza per Del Turco è che “il tempo saprà fare il resto, restituendo agli abruzzesi il pezzo di verità che ancora deve essere scritto”.