L’AQUILA – Nubi si addensano sul comparto farmaceutico abruzzese che, come certificato dai recenti dati della Banca d’Italia, rappresenta il nuovo motore l’economia regionale e in particolare dell’export, cresciuto nel 2025 del 6,9%, più della media nazionale, grazie alla forte crescita delle vendite di prodotti farmaceutici, del 56,5%, con oltre 3mila addetti senza contare l’intero indotto.
Accade infatti che di fronte alla spesa farmaceutica di 4,7 miliardi di euro oltre il tetto stabilito per le aziende sanitarie italiane, l’Agenzia del farmaco, l’Aifa, sostenuta dal ministro della Salute Orazio Schillaci sarebbe pronta ad una drastica revisione del prontuario, al fino di comprimere la spesa.
In Abruzzo questo significa incidere negativamente su colossi come la Dompé Farmaceutici e la Menarini all’Aquila, la Sanofi a Scoppito (L’Aquila), l’Alfasigma di Alanno, in provincia di Pescara, la Acs Dobfar a Teramo.
Il taglio potrebbe riguardare – emerge dai timori delle multinazionali – la qualità di farmaci e principi attivi.
Nello specifico l’Agenzia italiana del farmaco sta lavorando a una strategia di razionalizzazione della spesa fondata su alcune direttrici principali: revisione del Prontuario farmaceutico nazionale, individuazione di gruppi terapeutici omogenei con definizione di prezzi di riferimento e introduzione di una clausola di salvaguardia nei negoziati con le aziende farmaceutiche. L’obiettivo dichiarato è contenere la dinamica della spesa e riallineare i prezzi di rimborso nei casi in cui siano disponibili medicinali comparabili per indicazione terapeutica o ambito di utilizzo.
Il cuore dell’intervento, scrive il Quotidiano Sanita, “è rappresentato dalla revisione del Prontuario. L’ipotesi allo studio punta a verificare se, per alcune categorie di farmaci ormai consolidate nella pratica clinica, il prezzo riconosciuto dal Servizio sanitario nazionale sia ancora coerente con il valore terapeutico espresso e con la presenza di alternative disponibili. In questa prospettiva, il rimborso potrebbe essere definito non più soltanto all’interno dello stesso principio attivo, ma anche tra medicinali appartenenti a gruppi terapeutici più ampi. Tra le categorie finite sotto osservazione figurano gli inibitori di pompa protonica, le statine e altri farmaci cardiovascolari ad elevato impatto prescrittivo”.
Le case farmaceutiche sono dunque rivoltate, e alcune si stanno rifiutando di abbassare i prezzi, esprimendo una posizione nettamente critica sia rispetto alla revisione del Prontuario farmaceutico nazionale sia all’introduzione della clausola di salvaguardia. Le imprese temono che un’estensione dei meccanismi di riferimento dei prezzi a gruppi terapeutici più ampi possa determinare una compressione generalizzata dei margini, senza che siano state adeguatamente valutate le differenze cliniche e di utilizzo tra i diversi medicinali.
Analoga contrarietà riguarderebbe la clausola di salvaguardia, considerata dalle aziende uno strumento dagli effetti ancora poco definiti sotto il profilo regolatorio e potenzialmente sovrapposto agli attuali meccanismi di governo della spesa, a partire dal payback.
Il timore espresso dal settore è che l’insieme delle misure possa incidere sulla sostenibilità economica di alcune produzioni, scoraggiare investimenti e determinare ulteriori tensioni nella disponibilità di determinati farmaci, in un contesto già caratterizzato da criticità nelle catene di approvvigionamento e da una crescente pressione sui costi produttivi.






