PESCARA – “Se tra gli indagati non compaiono persone fisiche, dipendenti o rappresentanti della Prefettura o della Regione Abruzzo, la spiegazione è che allo stato delle indagini non abbiamo individuato condotte di singole persone fisiche che paiano penalmente rilevanti, in relazione alle ipotesi di reato di cui oggi parliamo, cioè omicidio colposo e lesioni colpose”.
Così il procuratore della repubblica di Pescara, Cristina Tedeschini, titolare dell’indagine sul disastro dell’Hotel Rigopiano, spiega come mai assieme ai sei indagati, tra i quali il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola (Pescara), Ilario Lacchetta e altri dipendenti dei due enti, non compaiono esponenti della Regione Abruzzo e della Prefettura di Pescara, contro i quali avevano mosso accuse alcuni legali dei familiari delle vittime.
“La procura non fa il processo agli enti, ma fa le indagini sui comportamenti di persone fisiche – prosegue Tedeschini -. Quando si chiede dove sono la Regione o la Prefettura, sono questioni che chiamano in causa riflessioni diverse dalle nostre i piani di valutazione sono tanti e il mio piano di valutazione è quello del penale, io non faccio responsabilità civile, non faccio responsabilità disciplinari e soprattutto non faccio responsabilità politiche”.
In particolare, rispetto al ruolo di coordinamento della Prefettura di Pescara, Tedeschini spiega: “La mia indagine non mi ha portato lì. La mia indagine, che verte sulla ricostruzione dei fatti, sul capire chi doveva fare che cosa, chi stava dove e chi sapeva cosa – rimarca il magistrato – oggi mi porta su quelle sei persone fisiche”.
“La società civile discute, confronta le sue idee, ha i suoi dolori e i suoi problemi, ci sono bambini orfani e ci dispiace, perché questo è un disastro, ma noi facciamo il nostro lavoro, stiamo zitti e dobbiamo parlare solo con gli atti giudiziari”, ha aggiunto la Tedeschini.
“Non mi sento un omicida. Le accuse pesano sulla coscienza e proprio per questo sto lavorando con i miei legali perché voglio dimostrare la mia innocenza”. Così il sindaco di Farindola (Pescara), Ilario Lacchetta, rispondendo ai cronisti che lo interpellavano sulle accuse mosse da alcuni parenti delle 29 vittime secondo i quali i loro cari sono stati uccisi.
La vicenda dell’hotel, ha aggiunto, “apre la visione su un sistema che non funziona, frutto dei tagli agli enti locali e della situazione di amministratori e sindaci, che hanno pochi poteri e tante responsabilità”.
“Rifarei tutto quello che ho fatto. In piena emergenza ho gestito la situazione con tutte le mie forze e anche di più. Se avessi avuto la sfera di cristallo non staremmo qui a parlarne” ha aggiunto il sindaco, a margine di un convegno sulla sicurezza sul lavoro organizzato a Farindola da Confindustria Chieti-Pescara, ricordando che tutta la zona era coperta da metri di neve e che “c’erano persone, anziani, bambini e disabili bloccati in casa”, mentre “l’albergo non era un’emergenza specifica, ma rientrava nell’emergenza complessiva”.
“Il fatto di essere indagato – ha proseguito – ha il valore procedurale di un atto dovuto per il ruolo che ricopro. È anche una garanzia per me che mi consentirà di dimostrare la mia innocenza. È giusto che gli inquirenti facciano le dovute indagini e che emerga la verità su questa tragedia. Mi aspettavo da mesi l’avviso di garanzia e ora è arrivato. Penso di aver fatto tutto quello che potevo fare – ha concluso – e insieme con i miei legali ricostruirò tutto il mio operato”.
“C’è un altro filone dell’ inchiesta, quello relativo al crollo, che riguarda l’iter autorizzativo e la realizzazione della struttura”.
Così il procuratore della Repubblica di Pescara, Cristina Tedeschini, in merito alle indagini sul disastro dell’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara), costato la vita a 29 persone, il giorno dopo l’iscrizione di sei persone nel registro degli indagati con le accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e omissioni colpose in materia di sicurezza sul lavoro.
“Questo filone di indagine si colloca in un tempo diverso rispetto ai decessi e andrà a cercare i nomi di persone lontane nel tempo – spiega il magistrato – Il crollo è avvenuto adesso e occorrerà andare a ricercare condotte colpose di chi, insieme naturalmente a una valanga, ha concorso a cagionare il crollo di un edificio, ovvero di chi ha preso le decisioni di realizzare quella struttura, del progettista, del geologo che forse doveva fare un esame del terreno”.






