PESCARA – “Da 6 anni, tutti noi familiari, ci troviamo a dover gestire l’immenso dolore per la perdita dei nostri angeli, la rabbia perché siamo fermamente convinti che questa tragedia si poteva e si doveva evitare, e la logorante attesa della giustizia”.

Il 18 gennaio 2017 è ormai per tutti una data impossibile da dimenticare: una valanga del peso di 120.000 tonnellate, si stacca dal Monte Siella e travolge l’hotel Rigopiano, a Farindola, un resort di lusso con spa a 1200 metri sul versante pescarese del Gran Sasso.

Un impatto micidiale che svelle l’intera struttura, la trascina e la sposta 10 metri più a valle.

Nell’albergo ci sono 40 persone (28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti): 29 perderanno la vita, solo in 11 sopravviveranno.

In quelle stesse ore l’Abruzzo è in piena emergenza neve: nell’entroterra superava anche i due metri. Migliaia di persone sono senza luce e centinaia le richieste di aiuto. Non solo, quel giorno si registrano anche quattro scosse di terremoto, di magnitudo 5.1.

Gli ospiti dell’hotel sono preoccupati, hanno paura e vogliono andare via, ma le strade sono completamente bloccate dalla neve e quindi non riescono a spostarsi. Si attende uno spazzaneve per le 15, ma l’appuntamento viene posticipato alle 19.

Poche ore prima della tragedia l’amministratore dell’hotel invia una mail alle autorità per avvisare che “la situazione è davvero preoccupante”. Ci sono anche altre richieste d’aiuto: Gabriele D’Angelo, cameriere dell’Hotel Rigopiano, deceduto nel disastro, quella mattina fa delle telefonate per chiedere l’evacuazione del resort. La sorella di Roberto Del Rosso, proprietario dell’Hotel, va personalmente in Provincia a chiedere aiuto. Richieste rimaste senza risposta.

Poco prima delle 17, la valanga – lanciata ad una velocità compresa fra i 50 e i 100 chilometri orari- spazza via l’albergo. Alle 17.40 la drammatica telefonata di Giampiero Parete, uno dei sopravvissuti, al suo datore di lavoro, Quintino Marcella, che dà l’allarme. Marcella però non viene creduto.

Nella sua prima telefonata una funzionaria della Prefettura di Pescara lo liquida con la frase ‘la mamma degli imbecilli è sempre incinta’.

Solo alle 19 i primi soccorsi si mettono in moto e, dopo molte ore e dopo aver affrontato la tormenta e scalato muri di neve, la colonna dei soccorritori arriva nella zona.

I primi sono gli uomini del soccorso alpino del Cai e della Guardia di finanza, che raggiungono il resort sugli sci nella notte e salvano Giampiero Parete e Fabio Salzetta, che erano fuori dall’hotel in stato di ipotermia. Si comincia a scavare senza sosta e in condizioni proibitive.

Alle 9.30 viene estratto il corpo della prima vittima. Per i familiari dei dispersi cominciano momenti di angoscia e speranza. Tra il 20 e il 21 gennaio vengono estratte vive nove persone, tra cui la moglie e i due figli di Parete, Gianfilippo, 7 anni, e Ludovica, 6 anni. Si salvano anche altri due bambini: Edoardo Di Carlo e Samuel Di Michelangelo, che resteranno orfani.

Le ricerche vanno avanti: il 24 gennaio il numero dei morti sale a 18. Il giorno dopo si contano 24 vittime. Infine, il 26 gennaio il recupero degli ultimi corpi imprigionati sotto le macerie e il tragico bilancio di 29 morti.