L’AQUILA – Braccio di ferro tra Curia dell’Aquila e direzione regionale dei Beni culturali dell’Abruzzo per “l’appalto della discordia” da 45 milioni di euro per la ricostruzione del gigantesco aggregato in pieno centro storico del capoluogo che comprende anche la cattedrale di San Massimo, che giace nell’incuria da oltre 5 anni e richiederà da sola almeno 10 milioni.

Con l’avvento del nuovo arcivescovo, monsignor Giuseppe Petrocchi, nel luglio scorso l’appalto privato è stato bloccato: l’oggetto del contendere sta nei finanziamenti pubblici per il restauro delle parti artistiche, architettoniche e storiche che sono a disposizione della direzione abruzzese Mibac, chiamata a fare un bando per affidare i lavori.

La Curia, invece, vorrebbe controllare anche quei fondi dopo che, all’interno del consorzio Sant’Emidio, gestisce per le parti abitative il finanziamento privato come un condominio.

In questa querelle la Chiesa aquilana torna a pretendere di poter essere soggetto attuatore come chiesto, invano, alla presidenza del Consiglio dei ministri ai tempi della presidenza di Enrico Letta, una istanza supportata dai vescovi abruzzesi, ma che si è arenata anche per via dell’inchiesta della procura della Repubblica aquilana su presunte tangenti negli appalti per la ricostruzione che hanno coinvolto proprio Curia e Soprintendenza.

PETROCCHI: “NOI VOGLIAMO DECIDERE”

“Vogliamo avere la titolarità che consenta alla Diocesi di dire la propria sul proprio. Questo è un diritto riconosciuto alle Curie di Marche, Umbria e Emilia, ma non qui”, afferma ad AbruzzoWeb l’arcivescovo metropolita dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi.

Il titolo di soggetto attuatore consentirebbe alla Curia di bandire appalti indipendentemente dalle altre istituzioni, gestendo così la ricostruzione pubblica, oltre a quella privata, anche se Petrocchi torna a smentire questo punto.

“A noi non interessa gestire fondi e appalti – assicura – Dire la propria esprimendo un parere esterno, però, è diverso da avere una fisionomia che consenta di intervenire nella decisione. Per interventi che toccano delle strutture che ci appartengono è doveroso intervenire come soggetti che compongono il gruppo che decide. Non si tratta di una semplice opinione, ma di intervenire nelle scelte”.

“Abbiamo già chiesto alla presidenza del Consiglio di diventare soggetti attuatori – ricorda Petrocchi – Una domanda legittima alla quale non è stata data risposta. Saremmo contenti di sapere che cosa ci verrà risposto e quali saranno le motivazioni che presiederanno alla sentenza che verrà data”.

MAGANI: “ANCORA FERMI DOPO 5 ANNI”

Alle dichiarazioni di Petrocchi, che reclama un maggiore ruolo decisionale a casa propria, fanno da contraltare quelle ferme del direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici Fabrizio Magani che richiede “una soluzione immediata” per San Massimo, nonostante l’opposizione della Curia, e quindi l’ok ai lavori da parte di Petrocchi.

In questo “tutti contro tutti”, però, a farne le spese è proprio la ricostruzione della Cattedrale, esposta alle intemperie a causa della mancanza di una copertura provvisoria, dove continuano a crescere erbacce sul pavimento, nell’incuria e nell’indifferenza delle istituzioni.

“Non trattandosi di beni statali, invitiamo la proprietà a intervenire, altrimenti ci possiamo sostituire. In capo alla proprietà c’è l’obbligo della conservazione del bene culturale – puntualizza Magani – Credo sia fondamentale pervenire in tempi rapidi a una soluzione. Ho scritto lettere molto precise sulla necessità di intervenire perché il tempo corre. Il dato per noi è che dopo 5 anni non si è ancora intervenuti sulla cattedrale di San Massimo, come invece è avvenuto su altre chiese come Santa Maria Paganica”.

“Abbiamo incontri periodici con l’ente proprietario. Noi ci siamo concretamente – prosegue – C’è un accordo tra Mibac e Cei (Conferenza episcopale italiana) che prevede una dialettica continua che perseguo da parecchio tempo ormai e si deve pervenire a una soluzione con i quattro attori che sono l’Usra, la Diocesi, la Direzione regionale e il Comune”.

E LA COPERTURA NON SI FA: “IL COMUNE NON HA SOLDI”

In questa situazione, il Comune non costruirà una copertura per la cattedrale perché “non ha fondi”.

Lo annuncia ad AbruzzoWeb l’assessore comunale alla Ricostruzione Pietro Di Stefano che afferma: “Le opere di messa in sicurezza sono state fatte a suo tempo dal vice commissario Luciano Marchetti che aveva competenza in quanto bene vincolato e avrà avuto le sue ragioni se non ha preventivato una copertura. Adesso non possiamo fare più nulla”.

L’amministrazione non può più spendere soldi “in quella direzione”, sottolinea Di Stefano, che rimarca l’importanza di agire “velocemente e direttamente” con la ricostruzione della chiesa.

“Ora è tempo di ricostruire non di tergiversare – conclude – Prima si interviene, meno danni ci saranno. Ci sono i soldi, ci sono gli uffici, si deve solo intervenire”.

DI STEFANO: ”NON TOGLIEREMO SOLDI ALLE CASE PER DARLI ALLE CHIESE’

“Dal nostro vescovo, che incessantemente torna sempre sulla stessa questione, vorrei capire per quale arcano si dovrebbero sottrarre fondi destinati alla ricostruzione delle case degli aquilani per destinarli alla ricostruzione delle Chiese quando queste godono già di un loro autonomo finanziamento”.

L’assessore alla Ricostruzione del Comune dell’Aquila Pietro Di Stefano, torna sul braccio di ferro tra Curia e Direzione regionale dei Beni culturali dell’Abruzzo per precisare alcuni punti chiave legati alla ricostruzione del maxi aggregato che comprende anche la cattedrale di San Massimo, dopo la richiesta del arcivescovo metropolita dell’Aquila monsignor Giuseppe Petrocchi di un ruolo più “determinante” all’interno dei tavoli decisionali. 

“Pensavo che il nostro vescovo si fosse reso edotto sulla normativa vigente nel corso della riunione convocata in data 3 settembre 2013 proprio su sua iniziativa o, in estrema ratio, dalla illuminante lettura dei contenuti della missiva, poi resa pubblica, a firma del sindaco dell’Aquila al Presidente Giorgio Napolitano, ma mi sbagliavo”, prosegue l’assessore.

“Per parte mia non posso esimermi dal provare di nuovo a far chiarezza, altrettanto pubblicamente, sulla questione – spiega – L’art. 4 del DL.39, poi convertito in L.77/2009, che disciplina la ricostruzione degli edifici e dei servizi pubblici, chiarisce che sono di competenza dello Stato gli immobili di proprietà di enti ecclesiastici formalmente dichiarati di interesse storico-artistico e paesaggistico, poichè vincolati ai sensi del codice dei Beni culturali”.

“Proprio per questo motivo il direttore regionale Beni Culturali, Fabrizio Magani, su sollecitazione di una lettera inviata, ad inizio 2012, alla Direzione regionale Mibac da Mons. Giuseppe Molinari, si fece interprete e motore della vicenda predisponendo un programma di interventi della durata di nove anni sulla totalità dei beni artistici vincolati danneggiati dal sisma e presenti sul territorio abruzzese – prosegue Di Stefano – Fu così che, a fine 2012, a seguito dell’interessamento dell’allora ministro Barca, con delibera Cipe135/2012 veniva finanziata con 70 milioni la prima annualità 2013 ed in questa prima tranche era presente anche il Duomo di San Massimo in L’Aquila. Nella stessa delibera venivano altresì ben specificati e distinti i tre canali finanziari: la ricostruzione privata (le case), la ricostruzione pubblica (gli edifici di interesse pubblico) e la ricostruzione dei beni culturali (le chiese e i monumenti)”.

“Quando ci si trova di fronte al recupero di un aggregato misto, la disposizione del decreto Monti chiarisce che è possibile effettuare le fasi progettuale ed esecutiva dei lavori sulle parti comuni ricorrendo al coordinamento tecnico tra la parte privata e la parte definita pubblica che, in questo caso, è rappresentata dalla Direzione regionale Beni culturali. Nel caso del Duomo di San Massimo i canali finanziari sono correttamente individuati, distinti e da tempo disponibili”, specifica l’assessore. 

“In quanto alla questione di diventare soggetto attuatore, chiarisco che tale attribuzione esula dalle competenze del Comune, ma sottolineo il fatto che l’unica differenza evidente tra l’esecuzione da parte dello Stato e quella di un Consorzio privato consiste nella scelta libera, diretta  e autonoma del progettista come della ditta esecutrice dei lavori”, conclude.