L’AQUILA – “Il problema mafia all’Aquila prima non esisteva, e se dopo il sisma ci sono state infiltrazioni lo si deve a scelte sbagliate nella fase di emergenza e nella ricostruzione. È qui che si è aperta la strada ai vari clan”.

Così il presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, in un intervallo delle audizioni che la Commissione sta effettuando all’Aquila.

L’inchiesta che nelle scorse settimane ha visto coinvolti clan Casalesi nella gestione malavitosa della forza lavoro per la ricostruzione all’Aquila dimostra che “le mafie hanno una straordinaria capacità di capire il cuore del problema: oggi, infatti, si specula sull’emergenza lavoro perché si sa che con il lavoro si acquisisce potere”, ha aggiunto.

“Abbiamo constatato carenza di leggi – ha sottolineato poi – per la ricostruzione privata qui servono gli stessi strumenti di controllo che ci sono per la ricostruzione pubblica. So che il governo ci sta già lavorando e mi auguro che il nostro lavoro serva per accelerare la questione”.

“C’è carenza per i controlli privati ma visto che si tratta di denaro pubblico bisogna stare attenti forse anche di più che per la ricostruzione pubblica”, ha rincarato.

La Bindi ai giornalisti ha chiarito che la presenza dei clan mafiosi in Abruzzo è un’eredità del sisma del 6 aprile 2009 “perché è onesto dirlo, prima la mafia qui non c’era”.

Ma la ricostruzione significa soldi e i clan si sono gettati sull’“occasione”.

“La loro presenza è datata con il terremoto – ha proseguito – e per colpa di sbagli successivi. Serviranno ancora molti soldi per ricostruire L’Aquila e altri ne arriveranno. Anche il governo ha constatato carenza di norme e con il sottosegretario Giovanni Legnini avremo altri incontri per risolvere altri problemi”.