L’AQUILA – “La ricostruzione del centro storico dell’Aquila è iniziata dai bellissimi palazzi nobiliari e aristocratici, ed è stata una scelta comprensibile, ma secondo me esclusiva: si è data priorità ad una nicchia, ma la città è un contenitore che deve tenere insieme tutte le categorie sociali, va ricostruita una città che possa essere riabitata da tutti, non solo dai ricchi”.
A sostenerlo l’urbanista Paolo Berdini, a margine di un recente convegno che si è svolto a L’Aquila organizzato dal Comitatus Aquilanus e dalla Società dei territorialisti e delle territorialiste, dedicato alla presentazione del volume “Viaggio in Italia. Le città nel trentennio neoliberisti”.
Ora il nome di Berdini è sulla bocca di tutti, dato infatti come quasi sicuro assessore all’urbanistica della giunta del neosindaco di Roma Virginia Raggi del Movimento 5 stelle.
Un’ipotesi vista con il fumo negli occhi dai grandi costruttori romani, essendo note le posizioni di Berdini a favore del consumo zero di suolo, e contro le lobby del cemento e molte grandi opere.
Berdini, già segretario nell’Istituto nazionale di urbanistica, docente all’università Tor Vegata, autore di libri di successo come “La città in vendita” e “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia”, collaboratore dell’Unità, del Manifesto, del Corriere della Sera, Libero e il Fatto, nell’intervista ad Abruzzoweb di Roma e del suo futuro politico non ne vuole però assolutamente parlare.
Quello che interessa all’urbanista è esprimere il suo punto di vista sulle dinamiche della ricostruzione del capoluogo.
Per Berdini sembra prima di tutto evidente un fenomeno che forse agli stessi aquilani sta sfuggendo: si rischia di ricostruire una città per pochi, a causa del meccanismo che dispiegherà il suo potenziale nel medio lungo periodo, della “gentrificazione”, termine introdotto in ambito accademico dalla sociologa inglese Ruth Glass, e che sta ad indicare un ‘insieme di processi che a seguito del restauro e miglioramento urbano e tecnologico di un centro urbano, fanno sì che affluiscano in esso nuovi abitanti ad alto reddito, con conseguente espulsione dei vecchi e nuovi abitanti a basso reddito.
Questi ultimi non possono più permettersi di risiedervi, a causa degli affitti e del costo delle case troppo alti.
Un meccanismo che all’Aquila passa anche per la “mitologia della smart city” e che ha come corollario l’abbandono al loro destino dei centri storici minori, delle frazioni, e la progressiva trasformazione dei quartieri post-sismici del progetto C.a.s.e., in nuove e definitive periferie, per chi non si potrà permettere di vivere in centro, con il forte rischio di ghettizzazione.
“Per riprendere il filo del futuro delle nostre città – spiega Berdini – va ricordato che al loro interno c’erano dei luoghi che erano le case per la parte meno abbiente della società. Un esempio del resto è Milano e Torino dove i quartieri operai sono all’intero del tessuto urbano centrale della città. Va anche ricordato che la legge sulle case popolari del 1903 è stata fatta da un liberale di destra, Luigi Luzzatti, che aveva capito che era necessario consentire l’acceso all’economia protetta ad un’ampia fascia di popolazione che non aveva accesso all’economia libera, e che l’edilizia popolare andava realizzata nei centri storici”.
“Quello che mi ha sempre fatto amare questa città – aggiunge Berdini – è non solo la bellezza della sua pietra, ma gli spazi pubblici, i luoghi informali di incontro, il suo centro storico abitato da tutte le fasce sociali, e perciò vario e vivo”.
“La cesura – prosegue Berdini – è avvenuta negli anni ‘90 quando si è stata fatta bere la menzogna che le città sono solo elementi economici. Con l’avvento di modello del centro commerciale naturale che ha di fatto trasformato i centri storici in una sorta di ipermercato diffuso, in luoghi della movida, dove a vivere è rimasto solo chi ha i soldi per poterselo permettere”.
In quest’ottica emerge anche la filigrana ideologica sottesa al modello assai in voga della smart city, nell’accezione ristretta del termine, ovvero come un insieme di interventi di miglioria infrastrutturali delle città e delle abitazioni, rese possibili dalle più avanzate tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
“Intendiamoci – premette Berdini – la smart city va benissimo, ben vengano edifici intelligenti che auto-controllano il consumo energetico, i lampioni alimentati a energia solare, gli alimentatori per le macchine elettriche che vedo sono state installate qui all’Aquila, il tunnel intelligente e così via. Faccio osservare però che serve a poco dotare una città di tanta ‘intelligenza’, che ha tra l’altro dei costi notevoli, se poi ho spazi pubblici abbandonati, in cui non investo un euro, come avviene in quasi tutte le città italiane. Se buona parte della popolazione deve vivere in periferie degradate, perché gli affitti nel centro storico sono troppo elevati, perché allora la bilancia non è più in pareggio, e la città è tutto tranne che smart”.
Collegata a questa riflessione quella sulle periferie secolari della città dell’Aquila, le sue frazioni, dove è innegabile che la ricostruzione procede a rilento. E il tema più generalizzabile dei borghi montani del cratere che prima o poi saranno ricostruiti, ma che rischiano lo spopolamento.
“In questo meraviglioso pezzo dell’Appennino abruzzese – osserva Berdini – stiamo investendo soldi che potrebbero non avere ragione di essere, perché il rischio è che saranno ricostruiti paesi vuoti. Il tema è allora che senso ha andare a vivere per un giovane in un centro dell’Abruzzo montano. E il senso non può che darla una nuova funzione sociale di questi aggregati urbani periferici. La risposta però non può essere solo quella degli alberghi diffusi, la trasformazione di paesi secolari in strutture ricettive. Una nuova funzione sociale può darla solo una politica nazionale, ma se si continua ad avere come punto di riferimento, come pensiero unico, il paradigma economico neoliberista non se ne esce. Quel grande intellettuale che è Papa Francesco, ricorda sempre che vanno ripensate le basi di un’economia malata che è solo speculazione finanziaria, in cui non c’è futuro per i nostri figli, oltre che per borghi del cratere sismico aquilano”.
Infine l’opinione di un romano sulla vexata questio della necessità di “avvicinare” L’Aquila e l’Abruzzo a Roma, cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali da quarant’anni ad oggi.
“La connessione tra L’Aquila e Roma – osserva Berdini – è un faro che ha guidato la politica e l’urbanistica degli ultimi decenni. Ed effetti positivi li ha ottenuti: la vicinanza con Roma è stata ad esempio determinante per lo sviluppo dell’Università, che è uno dei punti di forza della città. Ma anche qui inviterei a riflettere sulle parole di un’altra grande intellettuale, Vandana Shiva, che mette in guardia dal rischio che si corre, in agricoltura come in una strategia di sviluppo urbano, coltivando la monocultura. L’Aquila deve ripensarsi in questa ottica ancorandosi a più filiere economiche, nella consapevolezza che le università in futuro,e non solo a L’Aquila, non potranno avere la centralità che hanno oggi”.
“L’Aquila è al centro di un territorio straordinario, ha luoghi, valori storico culturali che fanno invidia alle più gettonate mete del turismo – conclude – Ha un patrimonio di pascoli d’altura che potrebbero offrire carne di qualità e anche in abbondanza, tenuto conto che la nostra bilancia commerciale del cibo non sta in pareggio, e ci dobbiamo affidare alle importazioni. Vanno costruite economie di prossimità, e in Europa ci sono esempi di successo: è incredibile che queste filiere che diversificherebbero la ricchezza di un territorio non siano state finora messe a frutto. Sono davanti agli occhi, ma le classi politiche e dirigenti guardano altrove, o non hanno gli occhi per vederle”.






