CASTIGLIONE A CASAURIA – Paradossi d’Italia: immenso è il suo patrimonio abitativo e di monumenti che il mondo ci invidia, che andrebbero urgentemente restaurati, consolidati sismicamente e valorizzati. Eppure l’edilizia è ovunque in crisi, mentre quel patrimonio va in malora.
Anche da questo punto di vista la ricostruzione post-sisma abruzzese, che rappresenta una campagna di restauro e consolidamento edilizio forse senza precedenti, può diventare laboratorio per il futuro, la conferma anzi che se si punta sul recupero dell’esistente a giovarne non sarà solo la bellezza delle nostre città, la sicurezza dei cittadini, ma anche il Pil e l’occupazione.
Un esempio di scuola, anche in termini di qualità e tempistica dell’intervento, è rappresentata dal restauro della splendida Abbazia di San Clemente a Casauria, uno degli esempi più belli di architettura e scultura abruzzese, fondata nell’873 sotto l’egida dell’imperatore Ludovico II, come baluardo del potere imperiale allo sbocco delle gole di Popoli, in provincia di Pescara.
Il restauro dell’Abbazia è stato interamente finanziato dal World Monuments Fund e dalla Fondazione Pescarabruzzo, dopo i gravi danni patiti con il terremoto del 6 aprile 2009, a seguito del quale si era verificato il crollo del muro di timpano posteriore della navata centrale sui magnifici apparati scultorei del cero e dell’ambone pasquale.
Dopo le prime misure di messa in sicurezza e la redazione del progetto, i lavori sono iniziati a gennaio 2010, dall’impresa Cingoli Nicola e figlio, e conclusi nell’aprile 2011, due anni e due giorni dopo il terremoto.
Tra i protagonisti dell’opera, che ha avuto la menzione d’onore al premio internazionale “Domus Restauro e Conservazione”, Gianmarco De Felice, professore ordinario di Tecnica delle Costruzioni nell’università Roma Tre, che ha curato il coordinamento tecnico scientifico, Berardino D’Eramo, architetto della Soprintendenza prematuramente scomparso pochi giorni prima della fine dei lavori e Andrea Cingoli, imprenditore teramano, che ha ora molti cantieri aperti nel cratere sismico. I lavori dell’abbazia sono stati illustrati come buona pratica nella tre giorni di dibattiti di Officina L’Aquila.
“Come cantiere – spiega ad Abruzzoweb De Felice – quello dell’Abbazia di San Clemente è un caso emblematico per varie ragioni. Innanzitutto per le tempistiche: uno dei primi monumenti restaurati con donazioni private e restituito al Paese in tutta la sua bellezza e senza alcun incremento dei costi, dopo appena due anni dal terremoto”.
Entrando nel merito tecnico dell’intervento De Felice sottolinea che “siamo riusciti a trovare la sintesi delle due istanze, spesso contrapposte, della sicurezza sismica e della conservazione del monumento, e ci siamo riusciti attraverso una modellazione raffinata del comportamento sismico e delle caratteristiche di resistenza e duttilità dell’abbazia nella sua configurazione originaria, riconoscendo le cause del crollo, valutando la capacità sismica delle soluzioni costruttive storiche e progettando le integrazioni necessarie, senza dover introdurre nuove strutture, impalcature o stampelle di sostegno”.
Non è la prima volta che si è intervenuti sulla preziosa abbazia.
Ricostruita in forme romaniche nel 1176, come si legge nel Chronicon Casauriense, la sua vicenda costruttiva è costellata da numerose interruzioni e rifacimenti, anche a causa dei terremoti che hanno colpito la regione nel 1456 e nel 1706. Nel 1894 l’abbazia è stata dichiarata monumento nazionale, e poi restaurata dopo il terremoto di Avezzano del 1915 da Carlo Ignazio Gavini, tra il 1919 ed il 1922, con uno dei primi interventi in cemento armato sul patrimonio architettonico.
“Ai tempi – spiega Andrea Cingoli – il restauro che prevedeva l’utilizzo del cemento armato era considerato all’avanguardia. Oggi non è più così, e il nostro restauro segna anche un’evoluzione della tecnica e della filosofia del restauro. La sicurezza sismica è stata infatti ottenuta senza replicare, come spesso avviene, la forma dell’opera crollata con nuove strutture celate all’interno. Abbiamo preferito restare fedeli al primato della tecnica costruttiva muraria e il restauro è stato eseguito con metodi e tecniche tradizionali, proprie del cantiere murario, senza la necessità di fare ricorso a nuovi materiali, secondo il principio del minimo intervento”.
Un esempio è la ricostruzione del muro di timpano, dove sono stati riutilizzati gli elementi lapidei originari rinvenuti dal crollo, opportunamente vagliati, risagomati e, dove necessario, integrati con conci della medesima natura.
Per assicurare compattezza alla muratura con la pezzatura degli elementi lapidei disponibili, sono state inserite le legature e le catene in acciaio munite di capochiave esterno, ricostruite le due monofore e l’oculo centrale in pietra, sulla base della documentazione grafica e fotografica disponibile, aggiungendo anche qui tre fasciature in acciaio inox disposte a cerchiare esternamente i conci dell’oculo, per assorbire la spinta e garantirne l’indeformabilità.
Alla domanda se il ripristino del patrimonio, che presuppone considerevoli investimenti pubblici (anche a deficit), è una prospettiva concreta per il futuro dell’edilizia e della progettazione in Italia, De Felice ritiene che “siamo un Paese ad alto rischio sismico, dove la domanda non è se arriverà, ma quando arriverà il terremoto. Siamo il Paese con il più importante patrimonio storico architettonico, che è non solo la principale risorsa culturale ma anche la grande forza turistica del paese.
“Dobbiamo investire e incentivare gli interventi di mitigazione del rischio sismico – sottolinea De Felice – per garantire la sicurezza e la resilienza delle nostre città d’arte, mettere a sistema le grandi competenze e professionalità degli organi di tutela, di ricerca scientifica e degli operatori edilizi, in un processo virtuoso di interventi sul campo per la conservazione ed il recupero del patrimonio esistente”.






