L’AQUILA – “Occhi aperti e orecchie dritte, perché la ‘ndrangheta non ha confini, può muoversi ovunque senza farsi vedere. E può farlo anche all’Aquila dove, a causa dell’emergenza post-sisma, i lavori pubblici sono stati spesso assegnati con troppa fretta e con minori controlli”.
Parola del professor Enzo Ciconte, ex deputato della Repubblica Italiana, uno dei massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose che ha insegnato nel 2013 Indagine e semeiotica del linguaggio delle mafie italiane presso il corso di laurea, non più disponibile, in Scienze dell’investigazione, all’Università degli Studi del capoluogo abruzzese, definita dallo stesso Ciconte “un’ottima esperienza, positiva, un bel corso con studenti motivati”.
Inevitabile che con il professore – che oggi insegna Storia delle Mafie italiane” al Collegio “Santa Caterina” dell’Università di Pavia – il discorso cada sul rischio di malaffare e di infiltrazioni mafiose come la ‘ndrangheta calabrese, fenomeno che Ciconte ha studiato a fondo ed ha “sdoganato” per primo in Italia, nella ricostruzione post-sisma dell’Aquila.
“Il problema – spiega Ciconte ad AbruzzoWeb – è che il vero rischio sulle infiltrazioni mafiose è determinato dal fatto che i lavori pubblici specie nell’immediato post-sisma, per un certo periodo non sono stati controllati a dovere, purtroppo a causa della fretta che c’era all’epoca per rimediare subito ai danni enormi del sisma. E il malaffare e la criminalità organizzata, dove piovono tanti soldi, sono capitoli a cui dedicare molta attenzione”.
Oggi, dunque, ci si trova ad affrontare un “mostro” criminale come la ‘ndrangheta, che ha sconvolto a modo suo il modo di considerare le mafie, con ricadute ovvie anche sul modo di affrontarle.
“La ‘ndrangheta è diventata grande da quando è entrata in crisi Cosa Nostra – le parole del professore a tal proposito – e perché per un lungo periodo non è stata tenuta in considerazione, ha potuto lavorare sottotraccia con una certa tranquillità, se così si può dire, scegliendo tra l’altro di non prendere parte all’organizzazione della stagione stragista, dal loro punto di vista una decisione azzeccatissima perché ha impedito che i riflettori giudiziari, mediatici e dell’opinione pubblica le piombassero addosso per studiarla e ‘stanarla’”.
“E poi – aggiunge – veniva sempre considerata una mafia di ‘serie b’, legata a una terra sfortunata, quindi si è creduto che questo bastasse a renderla debole e senza futuro. Ma non è andata così, si è ‘evoluta’ ed ha trovato uno spazio enorme in silenzio. Indossando, da decenni, la giacca e la cravatta”.
Gli esempi di Ciconte per spiegare uno dei modus operandi della ‘ndrangheta sono semplici semplici: “Se all’Aquila si presenta un tale in giacca e cravatta che compra un supermercato, chi è che pensa che può essere un affiliato alla ‘ndrangheta? E per comprare il supermercato di cui sopra, la ‘ndrangheta ha bisogno di qualcuno che sul posto faccia le dovute indagini di mercato e riferisca se i proprietari siano in crisi oppure no, se siano disponibile a vendere, insomma, un lavoro di informazione e di mediazione, di cerniera tra il mondo ordinario e il mondo criminale, tutte componenti che la rendono non più totalmente calabrese”.
E ancora.
“Se in una realtà piccola come la vostra o come tante altre si verificano continui ambi di gestione di ristoranti, o alberghi, non è necessariamente un discorso legato al mercato o alla crisi economica. Quando si parla di riciclaggio di denaro sporco, perché di questo si parla, dobbiamo renderci conto di situazioni che apparentemente non sembrano evidenti, come una attività commerciale poco frequentata che però alla fine dichiarerà al fisco una cifra, su cui paga le tasse, tenendo il resto dello sporco preso dalla cassaforte privata riempita da vendita di droga, dallo strozzinaggio e altre attività criminali. Magari la magistratura se ne accorgerà qualche anno dopo, ma intanto la gente comune e i media sono stati evitati”.
“Quindi – dice ancora Ciconte – occhi aperti e orecchie dritte ovunque, anche all’Aquila, con il supporto totale degli uffici giudiziari che hanno tutti gli strumenti adatti alla situazione, ma che devono pure prestare la massima attenzione, altrimenti succede come nel caso di Carolina Girasole, ex sindaco dell’Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, arrestata e processata con le accuse di voto di scambio politico-mafioso, turbativa d’asta e abuso d’ufficio, ma poi prosciolta perché nelle intercettazioni telefoniche c’era l’esatto contrario di quanto scriveva il magistrato, che se le avesse lette evitando di farle leggere al militare di turno che magari non capiva bene il dialetto, si sarebbe evitato di mettere le manette ai polsi e di infangare una persona”.
“Ho un bel ricordo dell’Aquila – conclude – nonostante fosse ferita dal terremoto, era orgogliosa e desiderosa di riprendere una vita normale. Deve continuare così”.






