L’AQUILA – La Regione taglia i vitalizi ma continua l’assalto degli ex consiglieri per agguantare il ricco privilegio con le regole vigenti prima della riforma.
Dopo il ricorso al Tar di Antonio Norante, che ha dichiarato il proprio difetto di competenza rinviando la questione al giudice del lavoro, è la volta di Massimo Desiati, ex inquilino dell’Emiciclo per due legislature, la seconda della quale vissuta con il ruolo di assessore della Giunta di Giovanni Pace in quota An.
Il politico vastese, memore dell’esperienza di Norante, ha evitato la giustizia amministrativa e si è rivolto alla Corte dei conti per vedersi riconosciuta la possibilità di accedere all’assegno mensile sin da adesso, senza attendere il raggiungimento dei 60 anni d’età: il limite minimo fissato dalla legge 40 del 2010, che ha innalzato di 5 anni la precedente previsione normativa.
Desiati ha optato per la magistratura contabile in quanto in genere si occupa di questioni pensionistiche. Nelle sue controdeduzioni, però, la Regione ha specificato che il vitalizio non è assimilabile alla pensione, prova ne è il fatto che è cumulabile con altri indennità spettanti dopo la cessazione dell’attività lavorativa.
All’ex assessore aennino spetterebbero circa 2.500 euro netti al mese, una chimera per i lavoratori normali, una cifra che si attesta a metà strada tra il minimo di 1.700 euro circa per chi ha solo una legislatura alle spalle agli oltre 4 mila che spettano a chi ha ha ricoperto l’incarico per almeno 16 anni.
Attualmente sono 139 le persone che godono di questo benefit, per una spesa annuale di 5,7 milioni di euro: troppo a giudizio di molti, considerati i tempi di magra che vivono i cittadini.
Per questo recentemente il Consiglio regionale ha deciso di cancellare la norma sui vitalizi, che dalla prossima legislatura scompariranno per sempre.
Nel frattempo sono 71 le persone che aspettano ancora di beneficiare del vitalizio, perché ancora in carica o perché non hanno raggiunto l’età giusta: per loro è stata prevista una norma che consente di rinunciare all’assegno e di riavere indietro tutti i contributi già versati rivalutati al saggio legale di interesse.
Se tutti aderissero, per restituire le somme trattenute dall’indennità servirebbero circa 6 milioni di euro. Certamente una bella cifra, ma nel tempo il risparmio sarebbe notevole.
A un consigliere alla prima legislatura, per fare un esempio, vengono detratti 12 mila euro l’anno per la “pensione”, mentre al compimento dei 60 anni ne prenderebbe circa 1.700 al mese, per cui la somma sarebbe recuperata in poco più di tre anni. (g.a.)





