CHIETI – Sulla vicenda della mega discarica dei veleni di Bussi sul Tirino c’è il “terribile sospetto che anche i dati pubblici venivano alterati”.

Questo uno dei passaggi in aula del pubblico ministero, Anna Rita Mantini, durante la requisitoria, nell’ambito del processo a porte chiuse in Corte d’Assise, a Chieti, sulla megadiscarica dei veleni di Bussi sul Tirino (Pescara).

Il processo conta 19 imputati, quasi tutti ex amministratori e vertici della Montedison, accusati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale doloso. Per tutti gli anni ’60, secondo l’accusa, il sito industriale chimico di Bussi avrebbe sversato una tonnellata al giorno di veleni residui della produzione nel fiume Tirino per smaltire illegalmente rifiuti pericolosi, inquinando pozzi e falde acquifere.

Il pm nella sua ricostruzione dei fatti ha fatto vedere un appunto interno Montedison del 2001 con scritto “clorurati in falda h2o – obiettivi di bonifica concordati con enti che danno valori residuali superiori a quelli in tabella”.

Per l’accusa insomma si tratterebbe di una “sistematica falsificazione dei dati”, affermazione supportata da alcune slide con le tabelle dove i dati del mercurio veri e quelli falsi passavano, ad esempio, da 100 a 14 per lo stesso pozzetto.

Il pm in aula ha fatto vedere una e-mail interna tra due dipendenti in cui “ci si lamentava con l’altro che era troppo sistematica l’alterazione”.

La Mantini ha poi proseguito raccontando che in uno studio di una società, la Erl del 1993, realizzato proprio per la Montedison si parlava esplicitamente di “probabile rischio per prodotti agricoli” e “preoccupazione per eventuali utenti dell’acqua sotterranea a valle dello stabilimento e a valle delle discariche”.

Fuori la porta del tribunale, rappresentanti di associazioni ambientaliste che si sono costituite anche parte civile. Tra esse quelli del Forum Acque Abruzzo.

“Vogliamo ringraziare i pm Mantini – spiega il Forum in una nota – al di là delle decisioni del collegio giudicante rimane la descrizione documentale inoppugnabile di un disastro di immani proporzioni che era conosciuto da molti, tranne i cittadini che per due decenni hanno addirittura bevuto i cancerogeni direttamente dal rubinetto”.

 La sentenza del processo è attesa per Natale.