L’AQUILA – Ha ragione un “giovane vecchio” comunista come Enrico Perilli: le primarie di ieri notte vinte da Americo Di Benedetto contro Pierpaolo Pietrucci sanciscono la fine dell’Ulivo all’Aquila, e mettono fine all’imbattibilità del “Partito democratico più a sinistra d’Italia”, l’unico in grado di ribaltare i rapporti di forza 60-30 tra Renzi e Orlando.

Ma secondo molti introducono una sorta di riedizione della Democrazia cristiana, sotto la quale è nato Di Benedetto, sindaco di Acciano che ha dato i natali al suo mentore, il senatore Achille Accili, alla luce della partecipazione del centrodestra in largo favore di quello che sarebbe stato il vincitore.

E in una parte della città incredula ci si chiede quali sono stati gli accordi per convincere pezzi di centrodestra a muoversi. È solo voglia di partecipazione democratica e di cambiare un governo e gente che, per riffa o per raffa, ha gestito il capoluogo per dieci anni?

Oppure pezzi forti della coalizione avversa, oggi solo potenziale, ben sapendo di non poter competere per la vittoria, si sono schierati barattando future intese o posti al sole?

In tal senso, le prossime settimane saranno chiarificatrici sia per le mosse di di Benedetto, per il quale il difficile arriva ora, sia per Pietrucci, che dovrà decidere in quale misura coinvolgersi con il progetto del vincitore.

Nella considerazione che le elezioni non sono state già vinte e non sarà facile farlo, anche in assenza di un centrodestra unito.

Comunque sia sono primarie che lanciano, al voto del prossimo 11 giugno, una coalizione che, forse, non a caso si chiama “civico progressista” e non contiene la parola “centrosinistra”: uno schieramento che ora rischia di fare a meno della sinistra, limitandosi ad averne un proverbiale “appoggio esterno”, ora che si è fatta più marcata la distanza con i bersaniani e con quello che c’è alla loro ulteriore sinistra, tra cui la stessa Rifondazione di Perilli.

Una coalizione, ancora, che probabilmente dialogherà con il centro del centrodestra, parte che magari non avrà determinato del tutto, ma ha comunque fortemente contribuito alla vittoria con 5.200 voti del presidente della Gran Sasso Acqua, come d’altronde AbruzzoWeb aveva profetizzato già qualche giorno prima dell’apertura delle urne.

L’Ulivo è finito, si diceva, e la “triade” non se la passa tanto bene. Le avvisaglie di divisioni tra il sindaco dell’ultimo decennio, Massimo Cialente, e il vice presidente della Regione, Giovanni Lolli, orlandiani, da una parte, e la senatrice Stefania Pezzopane, renziana, dall’altra ora si fanno più marcate.

Basta vedere le immagini, che passeranno alla storia politica della città, della notte della vittoria, per rendersi conto della distanza: trionfatrice la senatrice, arrivata in tandem con il candidato prescelto al quartier generale dell’hotel Castello.

Potrà spendersi per future battaglie sui tavoli renziani questo risultato importante, centrato forse insperatamente, dopo aver duellato bene nei circoli delle frazioni ma dopo aver preso una sonora batosta nel capoluogo nel duello Orlando vs Renzi.

Felicità al contrario un po’ tirata, di circostanza, per gli altri due. Lolli ha spiegato che il suo pupillo Pierpaolo “è stato bravo, ma il problema (termine freudiano?, ndr) è che Chicco lo è stato di più”. Cialente, che in passato a margine di eventi pubblici alla domanda se considerasse Di Benedetto pronto a succedergli aveva opposto un semplice “no”, con il sorriso da parata, ma a dire tutto sul suo reale stato d’animo è la precedente espressione accigliata della fase dello spoglio.

Lolli si sente in colpa perché è stato lui, candidato naturale di sintesi, a tirare in ballo il 41enne consigliere regionale.

A questo punto Di Benedetto si trova di fronte il non agevole compito di doversi candidare a sindaco avendo alle spalle un partito che non è il suo, un Pd che dovrà provare a “scalare”, sia piazzando suoi uomini nelle caselle chiave, sia portando gli indecisi dalla sua parte, tutto questo per quanto possibile in così breve tempo, sia, soprattutto sedendosi a trattare con gli sconfitti, Pietrucci in primis, che lo aspettano al varco a fucili spianati, pronti a chiedere in cambio posti di prestigio e capacità decisionale in un’eventuale Giunta.

Dalla sua parte, a sostenerlo “Chicco” avrà una serie di energie nuove, e abbastanza lontane dal mondo cosiddetto ulivista classico, che unite alla sua pacata abilità lo hanno trascinato verso la vittoria: una parte di consenso popolare, che si è conquistato anche contro i pronostici in alcune frazioni; ma anche e soprattutto gli interessi del mondo imprenditoriale, con cui ha intessuto fini rapporti gestendo da vertice della stazione appaltante la commessa da 80 milioni di euro dei nuovi sottoservizi.

Coordinatore di questa commessa è l’ex presidente provinciale dell’Associazione costruttori (Ance), Gianni Frattale, che non è un mistero come si sia speso in campagna elettorale per Di Benedetto fungendo da “testimonial” nella chiusura della campagna elettorale all’Auditorium del parco venerdì scorso, preferendo appoggiare l’avversario del suo ex genero, Pietrucci.

Con lui altri costruttori, tra cui il presidente dell’Aquila Calcio, Corrado Chiodi, e il suo amico collega Stefano Cipriani, e imprenditori di altri settori.

E ancora “dietro” al neo candidato c’è la potente categoria dei commercialisti, della cui associazione di categoria è stato vertice per tanti anni.

C’è, per esempio, un filo che lega Di Benedetto a Roberto Marotta, ex presidente della Fondazione Carispaq, uno dei più stimati professionisti del settore, da sempre tirato per la giacca da centrodestra e centrosinistra perché scendesse in politica, ma mai caduto in tentazione: è la figlia Claudia, presidente del Collegio dei revisori dei conti di Gsa, in prorogatio come lo stesso presidente.

Infine, il legame con il centrodestra. Le ultime due primarie avevano avuto uno zoccolo duro di attivisti del centrosinistra di 5-6 mila votanti, stavolta l’affluenza è raddoppiata, chiudendo a 10.525.

Passi che la partita del sindaco che traghetterà il capoluogo terremotato oltre il 2020 interessa in modo particolare i cittadini. Passi che, come ha avuto modo di dire il segretario dem Stefano Albano, viste le disastrose tele di Penelope ordite dal centrodestra “le vere elezioni sono queste primarie”, pure questo difficile da smentire salvo miracoli; passi tutto questo, ma neanche i più candidi osservatori potrebbero negare il contributo offerto dai nemici, pardon, dagli avversari.

Anche perché, in alcuni casi, è conclamato: ai seggi si sono viste figure notissime, l’ex sindaco Enzo Lombardi, l’ex assessore provinciale Luigi Di Luzio, tra l’altro quest’ultimo ha anche rivendicato su Facebook il diritto al voto disgiunto, ci hanno messo la faccia; con loro altri ex del centrodestra, Corrado Ruggeri e Antonello Passacantando, nomi, questi ultimi due, che hanno fatto pensare a una regia pro-Chicco neanche troppo occulto dell’ex vice presidente del Consiglio regionale, Giorgio De Matteis. Molti altri hanno mandato amici, parenti, sodali.

D’altronde, Di Benedetto non ne ha mai fatto mistero, la sua origine è democristiana, di centro puro, si è sviluppata a lungo nell’Udeur di Clemente Mastella, assieme all’ex assessore regionale Mimmo Srour, per confluire solo in tempi recenti nel Pd e in un particolare Pd, quello renziano della prima Leopolda.

Queste energie nuove ed equilibri tutti in mutamento il nuovo candidato se li porterà alle urne di giugno, e chissà che non tornino d’attualità i corteggiamenti già svelati da AbruzzoWeb a gennaio, e mai smentiti da nessuno, da parte del centrodestra, quando sembrava che le primarie non si facessero e lui era pronto a uscire dal Pd sbattendo la porta per correre con una lista civica sostenuta anche da forzisti, post-democristiani e chi più ne ha più ne metta, ancora oggi a corto di uomini e di idee.

È stata il rifugio dell’ultimo Ulivo, L’Aquila. Chissà che con questo “passo possibile” non possa diventare la culla del primo Partito della nazione.