L’AQUILA – Un suicidio politico innescato da pezzi da 90 della coalizione del centrosinistra aquilano, che non sono andati a votare ma che, soprattutto, non hanno fatto votare per ‘vendicarsi’ di cadute di stile o mancanze di rispetto subite da parte del candidato Americo Di Benedetto per tutta la campagna elettorale.

In un centrosinistra sotto shock nelle analisi non ancora perfezionate, è questa la fattispecie di tradimento che viene ritenuta alla base della mortificante sconfitta al ballottaggio dopo avere dilapidato ben 17 punti nei confronti del nuovo sindaco Pierluigi Biondi, leader del centrodestra.

Dalle disgraziate elezioni amministrative del capoluogo il Partito democratico con le ossa rotte, un potenziale sindaco e potenziale dirigente come Di Benedetto completamente bruciato sul piano politico, almeno per un bel po’, duello generazionale tra giovani e vecchi leoni rimandato a quando tutti avranno finito di leccarsi le ferite.

Un quadro a tinte fosche e molte imbarazzanti scorie nel post-voto del centrosinistra aquilano, che ha accusato il colpo, tanto forte quanto imprevisto, della vittoria alle elezioni del centrodestra di Pierluigi Biondi e ora dovrà, in qualche modo, cercare di riorganizzarsi.

E dovrà farlo in fretta, visto che tra un anno si vota per le Politiche e tra 2 per le Regionali. Ovviamente al netto di scossoni e conclusioni anticipate di entrambe le legislatura, nazionale e regionale, che anticiperebbero solo i problemi.

Oggi, con la prima riunione al vertice, si comincia con le riflessioni che c’è il rischio possano diventare processi.

Il partito resta diviso in due, tra i giovani che, dopo aver reclamato autonomia decisionale e rivendicato maturità, hanno fallito la prova decisiva, e gli “anziani” pronti a chiederne il conto.

Le ragioni della triade composta dall’ex sindaco Massimo Cialente, dalla senatrice Stefania Pezzopane e dal vice presidente della Regione, Giovanni Lolli, vanno a confliggere con quelle del consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci, uno tra i pochi che se la rideva, domenica notte, per l’esito sconquassante del voto, assieme al direttore generale della Regione, Vincenzo Rivera. Una sconfitta che, evidentemente, i due non sentono loro.

Tutto questo mentre Articolo 1 è pronto a predare ancora più pezzi tra gli scontenti del Pd aquilano, uno dei meno renziani d’Italia: una campagna acquisti che si incastrerà con il rinnovo della segreteria dem, dove dovrebbe ricandidarsi, ma l’idea risale a prima della debacle elettorale e andrà aggiornata, il neo consigliere Stefano Albano.

L’insuccesso e lo scenario di guerra attuale nascono da lontano e hanno un nome ben preciso, quello di Giovanni Lolli. La coalizione al governo della città da 10 anni e non riconfermata aveva avviato le trattative sul “totosindaco” partendo lui, che veniva visto come successore naturale di Cialente.

L’interessato, però, ha sempre nicchiato senza convincersi mai, sia per un fatto di ambizione personale (“ho fatto il sottosegretario, il parlamentare, ora sto alla Regione e vorrebbero farmi fare il sindaco, faccio carriera all’indietro”, ha detto una volta tra il serio e il faceto), sia perché, se si fosse tolto da palazzo Silone, L’Aquila avrebbe perso la casella confezionata su misura per lui della vice presidenza della Regione, un ruolo che lo proietta tra i più seri candidati alla successione del governatore, Luciano D’Alfonso.

Così Lolli ha “inventato” la candidatura del suo pupillo, quella del “pacificatore” (autocitazione) Pietrucci, finendo in rotta di collisione con il terzo elemento della triade che negli ultimi decenni ha governato il centrosinistra, la Pezzopane: una renziana, seppur della seconda ora (“cioè quelli che vincono”, rimarcava, almeno fino a questo 25 giugno), tanto quanto Di Benedetto, che da presidente della società idrica Gran Sasso Acqua, sulla sua candidatura alla fascia tricolore stava lavorando già da un po’: “Di candidarmi consigliere me lo chiese 3 anni fa”, ha rivelato uno dei suoi, Roberto Grillo, nel corso della campagna.

Lo scontro tra due modi diversi di vedere la politica e il partito, la scuola Pds-Ds di Lolli e Pietrucci e quella democristiana dell’ex Udeur Adb, non poteva che risolversi con un duello alla vecchia maniera: con le primarie di coalizione, rese meno a senso unico di un ballottaggio tutto interno ai dem dalla presenza del post-dipietrista Lelio De Santis.

Primarie potentemente caratterizzate, però, e i pietrucciani dicono “falsate”, dalla peculiarità di essere aperte non solo agli iscritti e simpatizzanti di centrosinistra ma a chiunque volesse.

E così le pre-consultazioni le ha vinte Di Benedetto con circa 700 voti in più, ma gli esperti delle cose politiche aquilane sono tutti concordi che, a dispetto dei 10 mila votanti, un risultato record, anzi, forse proprio per quell’afflusso clamoroso, a deciderle sia stato non (solo) il popolo del centrosinistra, ma anche (e soprattutto) quello del centrodestra. “Voti che ci torneranno indietro”, aveva detto Biondi in tal senso, profetico neanche lui immaginava quanto.

È nata lì la fama di Di Benedetto “candidato dei poteri forti”, appoggiato da una parte dei costruttori, dall’ex presidente provinciale Ance Gianni Frattale, coordinatore della commessa pubblica da 40 milioni di euro dei nuovi sottoservizi e grande elettore di Adb, rimasto presidente ancora a tutt’oggi della Gsa tra le grida, rimaste inascoltate, di conflitto d’interesse sia del centrodestra che delle opposizioni civiche.

Ma alle primarie, trapela ora, qualcuno ha scelto di votare anche il candidato ritenuto elettoralmente più debole. Una valutazione che sembrava smentita, e quasi in maniera decisiva, al primo turno, quando Di Benedetto si è issato al 47% e per un soffio non ha centrato la vittoria secca, che avrebbe tolto le castagne dal fuoco a lui e alla fin troppo composita ed eterogenea coalizione.

Ma non ce l’ha fatta, nonostante le proiezioni in tal senso dei sondaggisti della stampa nazionale. I 4 mila voti di distacco e i 12 punti percentuali in più inflitti a Biondi (e con le liste ben oltre il 50%) l’11 giugno, parevano, a quel punto, essere diventati un gap non più colmabile e questa idea ha portato a un errore di valutazione decisivo del candidato del centrosinistra, che ha assunto un atteggiamento snob, decidendo, come ormai noto, di plasmare la sua coda di campagna elettorale come meglio preferiva, con eventi tematici, conferenze stampa e comizi, rifiutando i confronti elettorali su Internet ma andando solo in tv.

Non solo. Adb ha “frenato” la triade, chiedendo a Cialente, Lolli e Pezzopane con la proverbiale eleganza, ma con una certa determinazione, di non comparire al suo fianco durante il ballottaggio, oltre ad aver annunciato, lui che si era macchiato di più di 4 punti in meno delle liste, di voler fare, una volta sindaco, le nomine senza coinvolgere il partito già estromesso dalle decisioni e dall’organizzazione dall’inizio della campagna elettorale.

L’esito di questa strategia è noto a tutti. L’effetto? L’ordine di far perdere Adb che in pochi giorni, complici gravissimi i suoi errori su scelte politiche e mediatiche, ha perso il terreno decisivo per condannare un possibile sindaco ritenuto arrogante, saccente e incapace di ascoltare e seguire consigli. Ora dietro di lui restano le macerie.

Esce di scena, infatti, come potenziale dirigente del partito che non è riuscito a “prendersi” dopo aver vinto le primarie, e cristallizza un Partito democratico sospeso tra le resistenze della triade e il rampantismo di Pietrucci, che si ritiene ‘vincitore’ della tornata, e dei giovani. Entrambe le parti, comunque, escono fortemente ridimensionate dal voto. Alberto Orsini e Berardino Santilli